giovedì 7 febbraio 2013
Frigyes Karinthy, Pulcino cieco
Ridicolo, devo pur raccontarlo a qualcuno, e anche presto, prima che mi vengano dei dubbi e il timore che sia una stupidaggine. A chi raccontarlo? Al giornalista, forse, perché possa farne un servizio? No, preferisco il capitano degli ussari seduto qui, di fronte; mi presento a lui e glielo racconto.
Prima, però, devo pensarci un attimo, capire come iniziare il racconto. Gentile capitano, sono stato tre settimane in campagna, da un parente, ma la storia riguarda solo la terza, l'ultima settimana. Non è successo a me, per carità. Ma a un pulcino, non a qualcuno chiamato pulcino, bensì a un piccolo volatile, una di quelle creaturine gialle grandi come il pugno di un uomo, con il becco piccolo e stupido e con le zampette esili, ricoperte di pelle.
Ce n'era una decina, sorvegliata da una gallina vecchia e becera, che era la mamma. Correvano per il cortile, sempre in gruppetto e sempre vicino alla mamma, come se fossero stati legati con un filo alla zampa di lei. Erano di un giallo chiaro e veramente sciocchini, quegli animaletti piccini piccini. La gallina vecchia era severa ma giusta, passava le giornate a occuparsi di loro, gli procurava dei semini, non so di che tipo perché non conosco la campagna, sono uomo di città, io. Quando si comportavano in maniera ancor più sciocca del solito, la gallina gracchiava e dava dei colpetti con il becco duro sulle testoline gialle. Di solito ciò accadeva quando la gallina si metteva seduta, cosa che ai pulcini piaceva oltremodo: correvano a zampette levate per rifugiarsi sotto le piume calde, si scontravano fra loro e non la smettevano finché non arrivava qualche colpetto arrabbiato, accompagnato da gracchii di rimprovero. Allora pigolavano spaventati, e piagnucolanti si nascondevano di corsa sotto le ali della mamma. Riceveva lo stesso trattamento anche il pulcino che sbirciava fuori facendo capolino, invece di starsene calmo. Poi, finalmente, regnava il silenzio: i pulcini non si vedevano più, la gallina respirava pienotta e calda sopra le loro testoline, e i pulcini dormivano con gli occhi chiusi, felici come una pasqua.
Ce n'era uno più piccolo degli altri pulcini, tutti uguali fra loro. Era più chiaro e più maldestro, la mamma lo rimproverava sempre. Si prendeva molte beccate in testa, eppure era il più affezionato alla mamma: gli piaceva stare più sotto le ali della gallina che mangiare. Trotterellava sempre intorno a lei, facendola quasi cadere. Amava molto il caldo, forse era uscito dall'uovo prima del tempo necessario. Era tenero, voleva stare sempre in prima fila, pur avendo le zampette più corte, ma accelerava il passo pigolando impaurito, quando doveva raggiungere il morbido nido, sotto le piume tiepide. Dove poi rimaneva in silenzio.
Sì, signor capitano, arrivo subito al dunque. Una mattina il pulcino non mangiò e sembrava ancor più piccolo del solito. Tutto l'animaletto aveva qualcosa di strano: barcollava, si capovolse e inciampò più. Mi avvicinai e lo sollevai: non cercò di liberarsi.
Si acquietò in mano tremando appena, ritirò la testa poco più grande di una nocciola e aspettava gli eventi.
Vidi allora che aveva entrambi gli occhi infiammati.
Quelle buffe palpebre trasparenti che agli uccelli servono per chiudere gli occhi alzandole da basso, erano appiccicate sulle piume gonfie e rosse. Prima credevo che fosse soltanto l'effetto per averle chiuse troppo precipitosamente per lo spavento, ma poi notai che non riusciva a riaprirle. Feci vedere il pulcino allo zio Marton che lo esaminò e annuì. Mi raccontò qualcosa che in campagna sapevano tutti, ma per me era una novità: il pulcino era stato accecato dal sole. Mi consigliò, piuttosto scettico, di avvolgere la testolina dell'uccellino in una pezza bagnata di cotone, e di lasciarlo un paio di giorni in finestra.
Così fu, il pulcino attese paziente come un bambino malato. Abbassai le serrande, chiusi anche gli scuri.
Alle tre del pomeriggio prese a pigolare. Fuori, nel cortile polveroso sotto il sole pallido, la gallina si era appena posata per la siesta pomeridiana e si udiva il pigolio dei pulcini che litigavano per i posti migliori. All'interno della stanza, nell'aria ferma e addormentata, regnava un silenzio inquietante e inconsolabile. In quel silenzio risuonò il lamento del pulcino malato, tanto all'improvviso e in tale sincronia con quello che accadeva nel cortile da non avere dubbi: voleva colloquiare con la mamma e i fratelli. Poi li chiamò per tre ore, ininterrottamente e con voce sempre più addolorata. Alla fine perdette la voce e smise di pigolare.
Il giorno dopo andai sui monti e tornai alle sei. Già sulla soglia di casa mi colpì la voce del pulcino malato: probabilmente aveva pigolato tutto il giorno perché era rauco come un campanellino incrinato.
La mattina dopo mi svegliai al suo pigolio. A quel punto provai tanta pena per lui che lo presi dalla finestra e gli tolsi la benda bagnata. Tacque all'istante, come se qualcuno gli avesse tagliato la gola.
Era molto piccolo e magro, ormai: le piume bagnate erano incollate alla sua misera pelle, con qualche penna scomposta e dritta sulla testa. Il collo era spennato, rugoso, e rosso come un peperone. Tacque quando avvertì il calore del mia mano: ascoltava. I due occhi piccoli non si aprivano più: il gonfiore era passato ma le due perle, i suoi occhi, erano vuote dietro le palpebre; il pulcino era diventato cieco. Che strano, non sapevo che i pulcini potessero perdere la vista.
Era bagnato e scomposto, lo portai quindi in cortile, al sole, e lo posai in terra perché si asciugasse. Rimase fermo: sembrava un piccolo gomitolo giallo sostenuto da due fiammiferi. Aveva le zampe storte, e ascoltava con la testolina tirata dentro. Gli altri pulcini correvano schiamazzando e il suo becco fu colpito dall'odore dell'erba. Il pulcino cieco stava là, senza che una voce uscisse dalla sua gola. Poi provò a camminare, ma si fermò subito. Era meravigliato.
Poi accadde che la gallina si alzò e gli si avvicinò, raggiunta anche dagli altri pulcini. La vecchia gallina fece coccodè e lo colpì con il becco: "da dove spunti e in che stato?", lo rimproverò arrabbiata. Il pulcino cieco non rispose, era tutto rannicchiato come se si sentisse in colpa; si lasciò colpire tenendo il becco abbassato, e il suo silenzio esprimeva una felicità indicibile.
Quindi fu abbandonato, la gallina si sedette e i pulcini corsero a rifugiarsi sotto di lei. Il pulcino cieco si mosse in direzione del rumore, pian piano, e si accovacciò disponibile e gentile sotto le piume della madre. Era felice, molto felice, come se nulla fosse successo, o come se fosse stato solo un brutto incubo.
Molte volte vidi ancora il pulcino cieco con la madre, sembrava felice solo se poteva stare con lei... non è strano?... ma a volte qualcosa allarmava la gallina, i pulcini correvano via e il cieco rimaneva da solo, in piedi, con la testa ritirata, a origliare. Nessuno sembrava badare a lui, erano abituati al suo corpicino spaventato e magro. Lo dimenticai anch'io.
Lo rividi dopo una settimana. Era accovacciato alla parete della legnaia. Era solo, forse era stanco e voleva riposarsi. Mi chinai pian piano su di lui per non spaventarlo, ma non era necessario: non si mosse quando lo presi in mano. Non pigolava, lasciava indifferente che lo spostassi da una mano nell'altra, piegò solo la testa di lato. Dabbasso gli altri pigolavano, ma lui non rispondeva.
Mi venne in mente una cosa: presi qualche seme in una mano, e una goccia d'acqua, e guidai la sua testolina cieca sui semi. Le prime due volte non reagì, poi allungò il becco, ma mi beccò solo la mano. La quarta volta riuscì a prendere un seme e lottò a lungo ansimante, prima di riuscire a ingoiarlo. Aprì e richiuse il becco più volte, come per accertarsi che fosse sceso il seme, poi allungò la testa e si mise alla ricerca di altri semi che prese a mangiare con voracità, con tutto il suo corpo quasi freddo, che tremava tutto; con quelle palpebre gonfie e le cavità vuote degli occhi, con la testa spiumata. E vedevo... allora vidi... le sue zampette... sì, le sue zampette... erano secche, completamente secche...
Ma perché... perché lo racconto... solo Dio sa perché..., insomma lo posai cauto in terra, con l'intento di dargli un'occhiata la mattina dopo... ma era già morto... quando tornai a vederlo... giaceva là, morto, nello stesso punto, con le zampette per aria... non si meravigli, signor capitano, non sono pazzo... non si preoccupi... ce l'ho, un fazzo... un fazzoletto... non mi guardi... che cretino che sono... ma ho il cuore pesante... arrivederla.
(Trad. Andrea Rényi)
lunedì 4 febbraio 2013
L'incipit della "Storia greca" di Lajos Galambos
L'incipit della novella "Storia greca" di Lajos Galambos, costola dell'e-book omonimo, fra qualche settimana in uscita con I Dragomanni.
Lajos
Galambos
Storia
greca
1.
L'uomo
può sentirsi a casa in qualsiasi punto della terra per quanto il
mondo sia inclemente e crudele ovunque. Qualche tempo fa mi capitò
fra le mani un quaderno: non so se chiamarlo lettera d'addio o
diario. Non ha importanza. Lo aveva scritto una ragazza poco più che
diciassettenne. Il destino l'aveva costretta ad affrontare questioni
complicate anche per i saggi; per questo motivo vale forse la pena di
diffonderlo, seppure con qualche modifica.
2.
Per
quel che ho appreso dalle mie letture, le lettere d'addio cominciano
tutte così: “Quando leggerete queste righe io non sarò più fra i
vivi”. Io non posso iniziare con queste parole perché non sto
scrivendo una lettera ma svolgendo un'analisi, per capire se la mia
situazione, le circostanze della mia esistenza offrano possibilità
diverse dalla soluzione finale.
Mi
chiamo Andrea Chaitas. Un nome strano: i greci non lo usano, non
possono, perché Andrea è il vocativo di Andreas. Io, però, sono
nata in Ungheria, nel 1949. La mia lingua madre è il greco, ma credo
di parlare meglio l'ungherese; mia madre mi diceva spesso che avevo
imparato facilmente tutt'e due le lingue. Più tardi, al liceo, mi
dettero anche una spiegazione scientifica: le due lingue hanno lo
stesso grado di difficoltà. Se ricordo bene, i manuali di
linguistica attribuiscono a entrambe cinquantaquattro punti.
(Traduzione di Andrea Rényi, revisione di Isabella Zani)
martedì 22 gennaio 2013
Letteratura ungherese e I Dragomanni
Qualche mia parola su Strade Magazine:
Grazie alla traduttrice Andrea Rényi i Dragomanni hanno potuto far conoscere un racconto di Róbert Hász e, all’interno dell’antologia Uccelli di fango, due di Endre Ady; e sono in arrivo ancora altre perle della letteratura ungherese:
“Permettetemi una banalità: spesso la vita è un bravo regista e l’incontro con i Dragomanni ne è la dimostrazione. Premetto che per la letteratura ungherese questo è un momentaccio, non ho potuto fare il conto preciso ma credo che nel 2012 il numero dei libri tradotti dall’ungherese all’italiano non sia arrivato alla dozzina. Da qualche tempo proporre testi ungheresi è diventato molto difficile persino nel caso di autori ben noti e tradotti nelle lingue principali; di conseguenza fare il giro delle case editrici con un libro senza l’appeal del nome famoso è solo una frustrante perdita di tempo. Prima della nascita dei Dragomanni stavo infatti abbandonando la speranza di vedere pubblicato il piccolo volume ibrido – la traduzione di una lunga novella e una pre- o postfazione di ricostruzione storica -, sul quale stavo e sto ancora lavorando, e che per motivi personali mi sta particolarmente a cuore. Ma la funzione ‘deus ex machina’ dei Dragomanni è ben più importante ed evidente nel caso dell’antologia Uccelli di fango, che ha visto la luce l’8 dicembre. In mancanza di fondi, promessi ma non più erogati alla Casa delle Traduzioni, i tredici racconti e la pantomima che compongono la raccolta rischiavano di non poter essere più pubblicati e rimanere nei cassetti delle sette traduttrici che li avevano tradotti nell’arco di un anno, vanificando il tentativo di far conoscere autori di buon livello ma inediti e fuori diritti, quindi con qualche speranza di trovare editori interessati."
mercoledì 16 gennaio 2013
Gianni Toti, Cinque regole irregolari
martedì 15 gennaio 2013
István Örkény, Memorie di una pozzanghera
Il 22 marzo 1972 piovve tutto il giorno e io mi raccolsi in un punto molto piacevole. Ve lo indico: di fronte al numero civico 7 di via Dràva, nel tredicesimo distretto di Budapest (capitale dell'Ungheria), dove il marciapiede ha degli avvallamenti.
Vissi, campicchiai lì. Molti entrarono in me e usciti, si girarono per rimproverarmi, vituperarmi e per rivolgermi parole dure che non ripeto. Fui pozzanghera per due giorni e sopportai le offese senza una lamentela. Com'è noto, il 24 uscì il sole. Oh, che esistenza paradossale! Con l'arrivo del bel tempo mi prosciugai.
Cosa raccontare ancora? Feci bene il mio dovere? Mi comportai come si deve? Quelli del 7 di via Dràva si aspettavano altro da me? Non fa più differenza ma sarebbe utile saperlo perché si formeranno altre pozzanghere dopo di me. Abbiamo vita corta, i giorni contati, e mentre trascorrevo il tempo per strada è già cresciuta una generazione pronta all'azione, potenziali pozzanghere sognatrici, ambiziose che mi tartassano di domande, vogliono sapere da me che cosa succederà in quella buca tanto promettente.
Ma io sono stata pozzanghera solo per due giorni e in base alla mia esperienza posso solo dire che i toni erano quasi drastici, la via Dràva è spazzata dal vento e il sole riprende a splendere a ogni piè sospinto, quando non dovrebbe, ma almeno non dovetti scorrere giù per il canale... Ma che buchi, che avvallamenti! E che perdite d'acqua dai tubi! Pavimenti con crepe! Sono cose importanti, oggigiorno. Giovani, se volete darmi ascolto vi dico: avanti! Direzione via Dràva!
(Da "Novelle da un minuto"; trad. A. Rényi)
(Da "Novelle da un minuto"; trad. A. Rényi)
giovedì 10 gennaio 2013
Sándor Márai, Dell'amicizia
Non vi è relazione umana più toccante e più profonda dell'amicizia. Persino il rapporto fra amanti e fra genitori e figli nasconde più egoismo e vanità. Solo l'amico non è egoista, altrimenti non è amico. L'amico non è neppure vanitoso perché vuole il bene per l'amico e non per se stesso. L'innamorato vuole sempre qualcosa per sé, l'amico nulla. Il figlio vuole sempre ricevere dai genitori, vuole superare suo padre, mentre l'amico non vuole ricevere nulla, né vuole superare. Non esiste un dono più segreto e più nobile nella vita di un'amicizia di poche parole, comprensiva, paziente e pronta al sacrificio. E' anche il dono più raro.
Riflettendo sul sentimento che lo legava a La Boétie, Montaigne trasse la conclusione: "Eravamo amici... Perché lui era lui, e io ero io." Precisamente. Seneca scrisse a Lucilio: "L'amico ti vuole bene ma non tutti quelli che ti vogliono bene sono anche tuoi amici." Questa constatazione è più che precisa, è vera. Tutti gli affetti sono sospetti perché le loro ceneri covano egoismo e avarizia. Soltanto l'amicizia è altruista, priva di interessi e del gioco dei sensi. L'amicizia è servizio, un servizio forte e serio, la più grande prova e il più grande ruolo dell'uomo.
Riflettendo sul sentimento che lo legava a La Boétie, Montaigne trasse la conclusione: "Eravamo amici... Perché lui era lui, e io ero io." Precisamente. Seneca scrisse a Lucilio: "L'amico ti vuole bene ma non tutti quelli che ti vogliono bene sono anche tuoi amici." Questa constatazione è più che precisa, è vera. Tutti gli affetti sono sospetti perché le loro ceneri covano egoismo e avarizia. Soltanto l'amicizia è altruista, priva di interessi e del gioco dei sensi. L'amicizia è servizio, un servizio forte e serio, la più grande prova e il più grande ruolo dell'uomo.
Trad. A.R.
venerdì 4 gennaio 2013
Quimby
L'Ungheria è un Paese molto portato per la musica, anche per quella cosiddetta leggera. Uno dei complessi contemporanei che preferisco è il Quimby: http://en.wikipedia.org/wiki/Quimby_(band) e questi sono due brani molto diversi fra loro per ritmo e stile, giusto un assaggio:
Quimby: Most múlik pontosan (Passa ora, puntualmente)
Quimby : Sehol se talállak (Non ti trovo)
Quimby: Most múlik pontosan (Passa ora, puntualmente)
Quimby : Sehol se talállak (Non ti trovo)
mercoledì 2 gennaio 2013
Sándor Márai, Della nostra libertà
![]() |
| Sándor Márai e Thomas Mann, 1935 |
(Da "Füves könyv", Helikon kiadó, trad. A. R.)
martedì 1 gennaio 2013
Gli amori di Zoltán Kodály
![]() |
| Zoltán Kodály a 18 anni |
Il settantaseienne
Zoltán Kodály perse sua moglie Emma Sándor il 28 novembre 1958, dopo mezzo secolo di matrimonio. La scomparsa della donna, più vecchia di lui di 19 anni, lo mise a dura prova, perché avevano vissuto in una sorta di simbiosi. All'età di 23 anni incontrò Kodály, insieme a Bèla Bartók, la pianista che avrebbe preso lezioni di composizione dai due musicisti di grande talento. Emma era sposata, di mezz'età e non particolarmente bella, ma era molto colta, aveva una personalità magnetica e un eccellente senso dell'umorismo. Bartók e Kodály le fecero la corte ed Emma scelse Zoltán. Divorziò da suo marito e sposò il musicista nel 1910. Per la notevole differenza d'età gli amici pronosticarono un matrimonio di breve durata ma non ebbero ragione. La coppia si diede del lei per tutta la vita ma nella loro casa regnarono affetto profondo e armonia perfetta. Il carattere diretto e vivace della donna completava bene la natura seria e chiusa del compositore. Quando nel 1944 Emma, che era cattolica praticante ma di origine ebraica, dovette fuggire, Kodály si nascose con lei in un monastero. Anche quando Emma era ormai costretta alla sedia a rotelle, a 90 anni, Kodály la spingeva spesso in strada. Dopo la morte di lei Kodály ebbe un crollo e perse ogni estro creativo. Qualche mese dopo i suoi amici fecero un sospiro di sollievo quando lo videro di nuovo al lavoro, ma l'illusione svanì subito quando scorsero il titolo della nuova composizione corale: "Cerco la morte". Organizzarono quindi frequenti incontri per non lasciarlo solo, e a uno di questi raduni di amici si presentò anche la dicianovenne Sarolta Péczely, figlia dello storico letterario László Péczely. Sarolta frequentava il Conservatorio e voleva diventare maestra di canto. Il compositore fu colpito dalla gentilezza e dalla loquacità della ragazza e all'età di 77 anni si innamorò di nuovo. Un anno dopo la morte di Emma chiese la mano a Sarolta, la quale acconsentì, interruppe gli studi e lo sposò. Gli amici previdero anche questa volta un matrimonio di breve durata e si sbagliarono ancora. Nonostante i 58 anni di differenza d'età, la coppia ebbe vita felice e l'ultimo periodo fertile del compositore è dovuto proprio alla presenza di Sarolta. Dalla morte di suo marito, avvenuta nel 1967, Sarolta si è sempre dedicata alla conservazione e alla cura delle opere del grande compositore e ha preso parte attiva anche all'organizzazione del concerto commemorativo di Emma Sándor. Quest'ultima era nata nel 1863 e se avesse voluto, avrebbe potuto prendere lezioni di pianoforte da Liszt o da Erkel. Sarolta dà lezioni ancora oggi. Il secolo e mezzo fra le due donne passa attraverso l'amore di Kodály per loro.Fonte: Nyáry Krisztián
venerdì 21 dicembre 2012
Uccelli di fango
Due continenti, cinque lingue, tredici racconti, una pantomima e un numero indefinito di piacevoli incontri: così nasce l’antologia curata dalle sette traduttrici per la Casa delle Traduzioni di Roma.
Un inedito viaggio letterario che, iniziato con atmosfere fin de siècle, conduce il lettore fino al primo decennio del 1900, e percorre i territori linguistici di Ungheria, Grecia, Francia, Catalogna, Inghilterra e Louisiana. Una lettura che riunisce autori diversi, più e meno noti, riorganizzati in un insieme originale attraverso la scoperta di paesaggi dell’immaginazione sorprendenti per ricchezza e varietà di stili e temi.
Testi di Andreas Karkavitsas, Endre Ady, Santiago Rusiñol, Raimon Casellas i Dou, Alphonse Allais, Louis Hémon, Léon Hennique, Joris-Karl Huysmans, Netta Syrett, Kate Chopin nelle traduzioni di Viviana Sebastio, Andrea Rényi, Tiziana Camerani, Ilaria Piperno, Paola De Vergori, Valentina Rapetti, Laura Franco.
Con un'introduzione di Simona Cives (Casa delle Traduzioni - Biblioteche di Roma) e una prefazione di Franca Cavagnoli.
Potete scaricare il volume gratis.
Uccelli di fango
Un inedito viaggio letterario che, iniziato con atmosfere fin de siècle, conduce il lettore fino al primo decennio del 1900, e percorre i territori linguistici di Ungheria, Grecia, Francia, Catalogna, Inghilterra e Louisiana. Una lettura che riunisce autori diversi, più e meno noti, riorganizzati in un insieme originale attraverso la scoperta di paesaggi dell’immaginazione sorprendenti per ricchezza e varietà di stili e temi.
Testi di Andreas Karkavitsas, Endre Ady, Santiago Rusiñol, Raimon Casellas i Dou, Alphonse Allais, Louis Hémon, Léon Hennique, Joris-Karl Huysmans, Netta Syrett, Kate Chopin nelle traduzioni di Viviana Sebastio, Andrea Rényi, Tiziana Camerani, Ilaria Piperno, Paola De Vergori, Valentina Rapetti, Laura Franco.
Con un'introduzione di Simona Cives (Casa delle Traduzioni - Biblioteche di Roma) e una prefazione di Franca Cavagnoli.
Potete scaricare il volume gratis.
Uccelli di fango
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