giovedì 12 aprile 2012

Raoul Wallenberg

Via Raoul Wallenberg a Budapest
Il 2012 in Ungheria è stato dichiarato l'anno del diplomatico svedese Raoul Wallenberg, nato a Stoccolma il 4 agosto 1912.

Discendente di una delle famiglie più in vista in Svezia, Wallenberg consegue la laurea in Architettura negli Stati Uniti d'America e nel 1935 si trasferisce a Haifa, dove entra in contatto con gli ebrei tedeschi rifugiati in Palestina dalla persecuzione in Germania. Nell'anno successivo torna in Svezia e trova impiego in un'impresa di import-export di alimentari fondata da un emigrato ungherese, il dottor Lauer, e fornitrice anche della Croce Rossa in Europa Centrale. Grazie alla sua conoscenza di varie lingue, fra le quali anche il russo, Wallenberg fa rapidamente strada all'interno dell'impresa e ne diventa azionista di rilievo, nonché direttore commerciale internazionale. Viaggia molto, trascorre lunghi periodi nella Francia occupata dai tedeschi e in Germania, dove impara a orientarsi nei labirinti della burocrazia. Effettua brevi viaggi anche in Ungheria.

Dopo l'occupazione tedesca dell'Ungheria avvenuta nel marzo 1944, gli ebrei ungheresi tentano la salvezza per via dei passaporti di paesi neutrali che dovrebbero garantire l'immunità. Anche l'ambasciata svedese di Budapest rilascia i cosiddetti Provisorik Pass a cittadini ungheresi con parenti svedesi o possessori di interessi commerciali in Svezia.    

Nel 1944, dietro suggerimento del dottor Lauer, il governo statunitense e il War Refugee Board chiedono al governo svedese di inviare Wallenberg in Ungheria in qualità di addetto umanitario. Wallenberg chiede e ottiene di poter agire in piena autonomia, usando anche sistemi non ortodossi e senza doversi consultare di volta in volta con l'ambasciatore svedese.

Wallenberg giunge a Budapest il 9 luglio 1944 quando gli ebrei della provincia ungherese sono già stati deportati nei campi di sterminio ed Eichmann sta prendendo provvedimenti per l'evacuazione dei ghetti di Budapest. Lo svedese emette subito 1500 Schutzpass, passaporti dell'immunità, poi altri 3000, ma questa è soltanto la cifra ufficiale, in realtà grazie ai suoi metodi che contemplano anche la corruzione e l'inganno, il numero dei passaporti è molto più alto. Allestisce un ufficio con il solo compito di salvare il maggior numero possibile di ebrei ungheresi, vi lavorano più di cento persone, tutte provenienti dai ghetti.


Dopo la presa di potere da parte di Szàlasi e delle sue frecce crociate che violano apertamente l'immunità degli ebrei muniti di passaporti, Wallenberg istituisce le "case svedesi protette" dove trovano alloggio e immunità diplomatica oltre 15 mila ebrei. Seguono il suo esempio anche le ambasciate di altri paesi neutrali emettendo passaporti diplomatici e istituendo case protette.

Wallenberg aiuta anche i deportati lungo il loro interminabile cammino verso la frontiera e i campi di sterminio: con i suoi collaboratori tenta di liberare gli ebrei possessori di passaporti, aiuta con cibo, bevande e capi di abbigliamento gli altri in marcia.

Nell'inverno del '44 ormai neppure i suoi protetti sono al sicuro, le croci frecciate assaltano le case protette, ne uccidono o deportano gli inquilini e Wallenberg può offrire loro ormai solo soccorso fisico.

Con un ultimo sforzo, nel gennaio del '45 Wallenberg riesce a impedire il massacro che Eichmann stava progettando ai due ghetti di Budapest, salvando la vita a migliaia di persone.

Per cause tuttora non chiarite due giorni dopo si mette in viaggio per Debrecen, e da quel momento in poi ci sono soltanto supposizioni più o meno fondate sulla sua sorte. Fonti dicono che sia lui che il suo autista, Vilmos Langerfelder, furono sequestrati dalle truppe sovietiche, presi in consegna dal NKVD e portati a Ljubljanka.  Su pressione sovietica l'8 marzo 1945 la Radio Ungherese annuncia l'uccisione dei due per mano della Gestapo, mentre nel 1957 le autorità sovietiche affermano che Wallenberg è morto in prigione 10 anni prima.

martedì 10 aprile 2012

Attila József, La tristezza

La tristezza è un postino grigio muto
ha il volto scavato e gli occhi blu
dalla spalla stretta pende una borsa
il suo mantello è logoro scuro.

Nel petto gli batte un tic-tac da due soldi
per le strade sguscia impaurito
si appiattisce lungo i muri delle case
e scompare nell'androne.

Poi bussa. Porta una lettera.

(Traduzione di Edith Bruck)

giovedì 29 marzo 2012

György Somlyó, Favola sull'essere soli

Foto di Renato Martino Bruno
Un occhio scruta la sera
una mano cerca l'altra
un piede sguazza nella pioggia
mezzo cervello macina mezzi ricordi
mezza bocca mormora mezze parole
mezzi organi annaspano a metà

sotto la duplice pressione del desiderio

(Trad. Andrea Rényi)

giovedì 22 marzo 2012

György Somlyó, Favola sul compito di domani

Foto di Renato Martino Bruno
Sul portone della scuola  canta un mendicante cieco e sdentato.
I suoi occhi come lampadine fulminate, il meccanismo guasto fuoriuscito è ben visibile. Le guance scarnite e infossate.
Con l'armonica al posto dei denti morde affamato e annoiato il pane secco della melodia mille volte ciancicata.
Il berretto accanto è una lente d'ingrandimento debole per raccogliere i raggi degli spiccioli racchiusi nella camera di piombo delle tasche frettolose.
I bambini si precipitano fuori dal portone. E' finita la scuola? Oppure questa è l'ultima lezione di oggi? Dopo le tavole colorate di iniziali, la rosa sezionata, la carta geografica a rilievo e dopo le belle fasce rosse dei muscoli umani, è questa l'ultima illustrazione per oggi, nella cornice sporca della finestra della cantina?
Che compiti hai per domani? - domando a mio figlio proprio mentre passiamo davanti a lui.
Iniziano a suonare le campane.
Raccoglie i suoi strumenti come fanno gli operai, svuota il berretto, mette via l'armonica. Si alza. Ora si vede che è anche storpio. Una ragazzina lo guida.
Conoscete i passi frettolosi dei mendicanti zoppi? Si avvia in fretta. Vedo che all'angolo si incontra con un altro storpio. Prende del denaro dalla tasca e glielo dà. Prende delle parole dalla bocca e dà anche quelle all'altro. Si separano.
Non saprò mai che cosa si dicono i mendicanti ciechi, sdentati e claudicanti agli angoli delle strade, perché uno dà del denaro all'altro e dove vanno di fretta, con le loro armoniche come dentiere sottobraccio.
E non saprò nemmeno quello che pensano di loro i bambini, quando escono dalla scuola. Che cosa abbiamo imparato oggi, angelo mio? Che c'è per domani?

(Trad. Andrea Rényi)

Favola tratta dal volume: http://www.lithoslibri.eu/?p=807

giovedì 15 marzo 2012

István Örkény, Con le unghie e con i denti

István Örkény



Prima di morire di inedia gli italiani facevano un chiasso assordante. Le altre nazioni, compresi i francesi, parenti degli italiani, andavano incontro alla morte con rassegnazione e scivolarono in silenzio, quasi impercettibilmente, in uno stato cristallino definitivo. Gli italiani facevano tutto diversamente e vivevano secondo le loro abitudini. Noialtri, per esempio, preferivamo le brande in basso, mentre loro cercavano le brande ai piani più alti dove faceva leggermente più caldo, ma poiché, raggiunto un certo grado di debolezza, non si riusciva più a scendere e a salire, era impossibile anche andare a fare i bisogni. Per gli italiani contava invece stare insieme e occupavano le brandine in alto secondo una complicata distribuzione regionale. Fra loro si rivolgevano chiamandosi non per nome ma per i nomi delle loro città d'origine. A volte l'aria era satura di nomi di città italiane. Per il resto si comportavano del tutto normalmente, tranne quando qualcuno si stava avvicinando alla fine. In quel caso c'era un improvviso brusio e si mettevano in moto da far tremare tutta la struttura di legno. La morte di un uomo sembrava sconvolgerli ancora, e non soltanto nessuno li rimproverava per lo schiamazzo, ma venivano circondati da un certo rispetto.

Una sera uscii dalla baracca e davanti alla porta mi scontrai con qualcuno. Faceva buio ma nel chiarore della neve notai dal suo berretto che era italiano.
- Non sai stare attento? - inveì contro di me.
- Mi rompi la testa e vuoi pure avere ragione? - risposi arrabbiato e stavo per proseguire, ma l'italiano non me lo permise finché non raccolse da terra quello che gli avevo fatto cadere. Poi si tranquillizzò.
- Dove hai imparato l'italiano? - domandò.
- Da nessuna parte.
- Eppure lo parli abbastanza bene.
- Perché a scuola avevo studiato il latino, in seguito ho girato l'Italia per lungo e per largo e qualcosa mi è rimasto attaccato.
Volevo andarmene ma mi trattenne per il braccio.
- Sei mai stato a Cremona?
- No.
- E a Verona?
- Ben due volte.
- Non stai mentendo?
- Lasciami il braccio.
Non mi lasciò andare. Guardandomi in faccia voleva capire se potevo essere stato due volte a Verona. Probabilmente giunse alla conclusione che era possibile perché prese a trascinarmi dietro di sé.
- Dove mi stai portando? - domandai.
- Non fare troppe domande.

Il mio italiano abitava nella parte più interna della baracca. In quell'angolo aleggiava un fetore dolciastro, nauseabondo, perché gli italiani non volentieri consegnavano i loro morti. Noi tutti trattenevamo i cadaveri anche per quattro, cinque giorni, perché quando, raramente, distribuivano del cibo, prima ci chiamavano a raduno per contarci. Più persone c'erano più razioni ricevevamo, cosicché tenevamo stretti fra noi i cadaveri mettendo loro in testa il berretto. Le guardie non se ne accorgevano mai e contavano i morti fra i vivi. Naturalmente da noi, vicino all'ingresso della baracca, faceva molto più freddo e i corpi diventavano maleodoranti più lentamente.
- Cremona! - l'italiano lanciò il grido in alto, nella direzione delle brande. - Pavia! Roma! Vicenza!
Li capivo abbastanza bene e loro capivano me, ma quando parlavano fra loro non afferravo una parola della loro parlantina svelta. Infatti, non mi era chiaro l'argomento della conversazione del cremonese con i suoi connazionali che alla fine lo invitarono a salire sulla branda più in alto.
Gamella con incisioni in italiano
- Hai con te la gamella? - domandò il cremonese.
- No – risposi.
- Non ce l'hai qui con te o non ne hai una?
- Non ho una gamella.
Sentii una risata nel buio.
- Sei un professore? - chiese l'italiano.
- Da che cosa lo deduci?
- Perché non hai neppure una gamella.
- L'avevo fino a ieri.
- E che fine ha fatto?
- Probabilmente me l'hanno rubata – dissi.
- Allora non puoi che essere un professore.
La battuta su di me professore doveva aver avuto successo perché le risate intorno diventavano sempre più forti. Poi abbassarono il tono, presero a sussurrare fra loro, e infine parlò il cremonese.
- Vorremmo offrirti qualcosa.
- Che cosa? Questa puzza? - domandai.
Riconosco di non essere stato particolarmente spiritoso, ma l'atmosfera era diventata piacevole al punto che potevo dire qualsiasi cosa e gli italiani avrebbero riso comunque. Qualcuno mi mise in mano una gamella tiepida. La annusai insospettito che quegli italiani bontemponi volessero solo prendermi in giro.
- Mangia tranquillamente – disse il cremonese. E' carne.
- Che carne?
- Fegato – disse il cremonese. - Ma è senza sale.
L'assaggiai. Era fegato veramente. Mangiando però mi venne in mente una diceria che avevo sentito riguardo ai cuochi. Avevo una fame terribile ma misi giù il cucchiaio.
- Che fegato è questo? - domandai al cremonese.
- Indovina.
- Non sarà mica di gatto?
- Perché dovrebbe essere di gatto?
- Perché ho sentito che il piatto preferito degli italiani è la carne di gatto.
Ci risero sopra di tale gusto che il cremonese ripeté tutta la conservazione a beneficio di quelli seduti più lontano. La seconda volta risero forse ancora di più.
Il fegato era duro come una suola di scarpa e completamente privo di sale, ma lo masticai e triturai con i denti con una tale forza che sarebbe bastata per spezzare anche il ferro.
- Qui non ho mai visto un gatto – dissi.
- Perché sei un professore distratto – commentò il cremonese.
- Questa carne non sa di gatto.
Calò il silenzio e tutti gli occhi furono puntati su di me.
- Allora che sapore ha?
- Sa di cuoco.
Non stavano più nella pelle. Si diedero degli spintoni e quando erano troppo stanchi dal ridere, bastò ripetere quello che avevo detto per far scoppiare di nuovo le risate. Il cremonese si aggrappò al bordo della branda per non cadere di sotto.
- Scommettiamo – aggiunse – che non hai visto né gatti né cuochi.
- E' vero – confessai.
Era vero, non avevo mai visto un cuoco lì. Non si facevano vedere. Avevo sentito che da quando avevano cominciato a scomparire, uscivano solo di notte e solo in gruppo dalla cucina.
- Grazie mille – dissi quando la gamella fu svuotata.
Zum Wohl – disse il cremonese. - Ma sarà meglio non parlare in giro di questo fegato.
Non lo racconterò a nessuno – dissi e scesi dalla branda.
- Se vuoi puoi venire anche domani sera – aggiunse il cremonese. - Se hai un po' di sale, portalo con te.
- Purtroppo non ne ho.
- Portati almeno il cucchiaio.
- Non ce l'ho – dissi.
- Avete sentito? - gridò il cremonese. - Al professore hanno rubato anche il cucchiaio.
Risero di nuovo. Ero seduto già sulla mia branda e sentivo ancora gli italiani prendermi in giro. Per ogni evenienza avvolsi negli stracci e sistemai rapidamente sotto l'alzata per la testa la mia gamella, il mio cucchiaio e il poco di sale che avevo in una boccetta da saccarina. Eravamo destinati alla morte per inedia, eravamo talmente magri da sembrare solo braccia e gambe e invano cercavamo aggrapparci con le unghie e con i denti, scivolavamo sempre più smilzi, rimpiccioliti verso una consistenza definitiva, cristallina.

(Dalle "Novelle da un minuto", traduzione di Andrea Rényi)

lunedì 12 marzo 2012

István Örkény, Casa



La bambina aveva solo quattro anni, poteva avere solo ricordi confusi e la mamma, per renderla consapevole dell'imminente cambiamento, la portò al filo spinato e le indicò il vagone ferroviario in lontananza.
- Non sei contenta? Questo treno ci riporta a casa.
- E cosa succederà allora?
- Saremo tornate a casa.
- Cosa significa "casa"? - domandò la bambina.
- Il posto dove avevamo abitato prima.
- Cosa c'è lì?
- Ti ricordi dell'orsacchiotto? Forse ritrovi anche le tue bambole.
- Mamma - fece la bambina -, ci sono guardie anche a casa?
- Non ce ne sono.
- Allora - fu la domanda della bambina - da lì potremo scappare?

(Dalle "Novelle da un minuto", traduzione di Andrea Rényi)

domenica 11 marzo 2012

István Örkény, In memoriam del dottor K.H.G.

Foto di Renato Martino Bruno
Hölderlin ist ihnen unbekannt? - domandò il dottor K. H. G. scavando la fossa alle carogne dei cavalli.
- Chi era costui? - fu la domanda della guardia tedesca.
- L'autore di Hyperion - spiegò il dottor K. H. G. Amava dare spiegazioni. - Il massimo esponente del romanticismo tedesco. E che dice di Heine?
- Chi sono tutti questi? - domandò la guardia.
- Poeti - rispose il dottor K. H. G. - Non conosce neppure Schiller?
- Sì, invece - replicò la guardia tedesca.
- E Rilke?
- Conosco anche lui - disse la guardia tedesca ormai rosso come un peperone, e con un colpo uccise il dottor  K. H. G.

(Dalle "Novelle da un minuto"; traduzione di Andrea Rényi)

martedì 6 marzo 2012

Sándor Márai, Dell'attesa degli eventi



Foto di Angela Cossiri
Aspettare con la pazienza di un angelo e di un santo, l'arrivo delle persone, delle idee e delle situazioni che ti appartengono. Non muovere passi frettolosi per raggiungerle prima, non mettere fretta neppure con un gesto o con una parola. Perché certe persone, certe idee e certe situazioni che faranno parte della tua vita, del tuo carattere, del tuo destino laico e spirituale, sono in costante viaggio verso di te. Libri. Uomini. Donne. Amicizie. Rivelazioni. Verità. Tutto questo scorre lentamente nella tua direzione e un giorno vi incontrerete sicuramente. Ma non agitarti, non accelerare il loro viaggio e il loro avvicinarsi. Se ti affretti per raggiungerli, potresti non incontrare mai quello che è importante ed è tuo. Aspetta determinato e attento, mettendo a disposizione tutto il tuo destino e tutta la tua vita.

Sándor Márai, Della prospettiva

Le cose esistono non soltanto per se stesse ma anche in prospettiva. Mai dire di un fenomeno che è così o è cosà. Devi dire che esso sembra così da questa o da quella prospettiva.

(Trad. di Andrea Rényi)

sabato 3 marzo 2012

Sándor Márai, Della rivoluzione e del rivoluzionario

Quando il secolo era giovane ero giovane anch'io, e poiché eravamo giovani entrambi, eravamo entrambi rivoluzionari. Il tempo passò, il secolo e suo figlio divennero adulti e desideravano invecchiare saggi. Volevo indossare le pantofole, o la veste da camera, volevo gettare via tutti gli slogan rivoluzionari, perché col tempo avevo maturato nel cuore e nella mente slogan miei, e sapevo che nella pratica libertà, uguaglianza e fratellanza non sono ideali perfetti come li avevo considerati da giovane e da rivoluzionario. Avrei preferito parlare di conservazione, operazione più meritevole e più difficile rispetto al gettare via il vecchio e costruire qualcosa di nuovo con i cocci. Avrei desiderato far pace con gli uomini, stabilire un ordine e ammainare tutte le bandiere. Ma il tempo non me lo ha concesso. Devo rassegnarmi, sarò sempre rivoluzionario, perché per motivi a me sconosciuti la generazione successiva alla mia non è rivoluzionaria, non ho nessuno al quale passare la bandiera, come dovrebbe essere nell'ordine delle cose. Debbo rimanere ribelle, continuare a occupare le barricate, perché vivo in un'epoca, nella quale i giovani accettano di buon grado tutte quelle limitazioni che il secolo e io, quando eravamo ancora giovani, non accettavamo. Sdentato e con i capelli bianchi, sono costretto a fare il rivoluzionario che ripete testardo il verbo della libertà di pensiero, dell'uguaglianza e della fratellanza, al quale non crede neppure più incondizionatamente. Sono rimasto sans culotte anche da vecchio cadente, eppure quanto mi piacerebbe indossare finalmente una veste da camera!

(Trad. di Andrea Rényi)