- Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
- Non posso passarglielo ora ma le dico subito che se si tratta di un incidente, la macchina la possiamo prendere in consegna solo nel mese prossimo.
- Mi ha cercato lui.
- Perché non ha detto subito che vi conoscete? Che cosa ha la macchina che non va?
- Non si tratta di un incidente. Sono appena tornato a casa e ho trovato un biglietto con il nome di Mihály Szlávik e un numero di telefono.
- La prego di richiamare fra venti minuti, adesso tutta l'officina è in intervallo per il pranzo.*
- Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
- Glielo passo subito.
- Pronto, sono Mihály Szlávik.
- Mi ha lasciato lei il suo numero?
- Sì, mi sono permesso di farlo per domandarle una cosa.
- Prego.
- Ha tradotto lei il romanzo di Truman Capote, vero?
- Sì, sono io il traduttore di Altre voci, altre stanze. L'ha letto?
- L'ho letto e mi è piaciuto molto, ma ho notato qualcosa. Vorrei sapere perché i neri nel libro parlano diversamente rispetto agli altri?
- Parlano diversamente?
- Parlano come se fossero stranieri. Vorrei solo capire meglio, per questo glielo sto chiedendo.
- Mi sembra di ricordare qualcosa. Vede, la traduzione risale a tre anni fa, l'ho dimenticata un po' ma mi ricordo di una cameriera con una cicatrice sul collo. Si sta riferendo a lei?
- Anche a lei.
- Allora si tranquillizzi pure. Mi ricordo molto bene che questa ragazza anche nel testo originale parla in un inglese stentato.
- Cosa significa stentato?
- Stentato è stentato. O no?
- Non del tutto. Parliamo in modo stentato una lingua che non conosciamo bene. Può parlare male anche la propria lingua madre chi non ha studiato, chi è ignorante o è limitato. Ma sono due cose ben distinte.
- Come parla allora quella nera?
- Parla come una straniera che non conosce bene l'inglese. Questo mi ha colpito e mi sono permesso di chiamarla. I neri vivono negli Stati Uniti, in un ambiente anglofono, sono dunque di lingua madre inglese.
- Ho incontrato degli zingari che vivono qui, in Ungheria, eppure parlano un ungherese stentato come se fossero stranieri.
- Questo ragionamento sembra corretto ma non dimostra nulla. Gli zingari hanno infatti una loro lingua, ma non i neri.
- Capisco. Non so cosa dire. Vorrei che mi credesse che sono un traduttore molto preciso, persino maniacale. Può ben credermi che la ragazza anche nel testo originale parla male l'inglese. In più, i revisori controllano la traduzione parola per parola...
- I revisori possono commettere errori. La prego di dare un'occhiata a Hook Finn. Se non erro, l'ha tradotto Karinthy. In ogni caso, in Hucklebbery Finn il nero parla come un analfabeta, un uomo primitivo e non come uno straniero. Oppure quest'aspetto è irrilevante per un traduttore?
- No, ma non ho tradotto io Huckleberry Finn. Che tra l'altro un romanzo di cent'anni fa.
- Mi deve perdonare, ma questo conferma solo che ho ragione io. A cent'anni di distanza i neri hanno imparato a parlare l'inglese solo meglio, e non peggio.
- Credo che lei abbia ragione anche su questo.
- Spero di non averla offesa.
- Affatto. Ha detto cose su cui riflettere.
- Purtroppo non parlo l'inglese, non ho potuto controllare il testo originale ma quei dialoghi mi hanno colpito. Volevo parlare con lei perché per me la chiarezza viene prima di tutto.
- Ha fatto bene a chiamarmi.
- Devo lasciarla perché il capoofficina mi sta bussando sul vetro. Per il resto la traduzione è ottima.
- Arrivederci.
- Le faccio tanti auguri.(Da "Novelle da un minuto", trad. di Andrea Rényi)
lunedì 7 maggio 2012
István Örkény, Un lettore scrupoloso
venerdì 4 maggio 2012
István Örkény, Sondaggio
Anche in Ungheria è stato istituito ed è già attivo il primo istituto di sondaggi dell'opinione pubblica.
Contiamo sulla vostra gentile collaborazione.
A scopo dimostrativo comunichiamo i risultati del primo sondaggio relativo all'opinione dei nostri cittadini sul passato, presente e futuro del nostro Paese. Per l'affidabilità del risultato, abbiamo chiesto a 2975 persone dalle più varie estrazioni, posizioni sociali, occupazioni e fedi religiose, di rispondere ai quesiti del seguente modulo:
1. Com'è il sistema attuale?
a) Buono
b) Cattivo
c) Non è né buono, né cattivo, ma potrebbe essere un tantino migliore
d) Vorrebbe emigrare a Vienna
2. Percepisce la solitudine dell'uomo del XX secolo?
a) Si sente molto solo
b) Si sente quasi del tutto solo
c) Per così dire, si sente completamente solo
d) A volte scambia due parole con il portiere dello stabile
3. Le sue esigenze culturali
a) Frequenta i cinema, le partite di calcio e le osterie
b) Qualche volta guarda fuori dalla finestra
c) Non si affaccia neppure alla finestra
d) Non è d'accordo con le tesi di Mao Tse-tung
4. Che formazione filosofica possiede?
a) Marxista
b) Antimarxista
c) Legge solo romanzi di Jenő Rejtő
d) E' alcolizzato
Risultato:
1. Negli ultimi vent'anni tutto è andato a meraviglia.
2. Anche ora va tutto benissimo, soltanto le corse della linea 19 sono rare.
3. Il futuro sarà persino migliore se infittiscono le corse della linea 19.
(Dalle "Novelle da un minuto"; trad. di Andrea Rényi)
Contiamo sulla vostra gentile collaborazione.
A scopo dimostrativo comunichiamo i risultati del primo sondaggio relativo all'opinione dei nostri cittadini sul passato, presente e futuro del nostro Paese. Per l'affidabilità del risultato, abbiamo chiesto a 2975 persone dalle più varie estrazioni, posizioni sociali, occupazioni e fedi religiose, di rispondere ai quesiti del seguente modulo:
1. Com'è il sistema attuale?
a) Buono
b) Cattivo
c) Non è né buono, né cattivo, ma potrebbe essere un tantino migliore
d) Vorrebbe emigrare a Vienna
2. Percepisce la solitudine dell'uomo del XX secolo?
a) Si sente molto solo
b) Si sente quasi del tutto solo
c) Per così dire, si sente completamente solo
d) A volte scambia due parole con il portiere dello stabile
3. Le sue esigenze culturali
a) Frequenta i cinema, le partite di calcio e le osterie
b) Qualche volta guarda fuori dalla finestra
c) Non si affaccia neppure alla finestra
d) Non è d'accordo con le tesi di Mao Tse-tung
4. Che formazione filosofica possiede?
a) Marxista
b) Antimarxista
c) Legge solo romanzi di Jenő Rejtő
d) E' alcolizzato
Risultato:
1. Negli ultimi vent'anni tutto è andato a meraviglia.
2. Anche ora va tutto benissimo, soltanto le corse della linea 19 sono rare.
3. Il futuro sarà persino migliore se infittiscono le corse della linea 19.
(Dalle "Novelle da un minuto"; trad. di Andrea Rényi)
mercoledì 25 aprile 2012
Béla Hamvas, Boccaccio
![]() |
| Béla Hamvas (1897-1968) |
(Da "I cento libri"; trad. A. Rényi)
mercoledì 18 aprile 2012
Dezső Kosztolányi, Il Pasticciere
![]() |
| Torta Dobos |
(Nella sala principale
della pasticceria siedono in tutto due uomini, due bambini e sei
donne. Bravi padri fanno fare merenda ai figli immersi fino al gomito
nel piacere delle bavaresi, dei bignè e dei rollè con panna. Donne
dall’aria sognatrice tengono i gomiti poggiati sui tavolini di
marmo, davanti a loro canne d’argento con dentro il tè fumante.
Tutte bevono il tè senza zucchero. Sono assorte nel pensiero dei
loro quarantasei chili, della bilancia della piscina, dell’ideale
di bellezza. Ogni tanto tirano fuori lo specchietto dalla borsa, si
incipriano il naso, si mettono il rossetto, poi sorseggiano un
cucchiaino di liquido amaro dando l’impressione di gradire il tè
con la polvere ciprigna accompagnato dal sapore di rossetto. Sto
parlando con il pasticciere dietro le quinte, piano, per non farmi
sentire dai clienti.)
- Mi dica, perché non mangiano le signore?
- (Sussurra.) Non osano. Hanno paura.
- Di che cosa?
- Della panna, della crema, della cioccolata. Di tutto.
- Vengono ugualmente? Qui, dove le tentazioni sono tante e con un gesto imprudente potrebbero riprendere quello che è costato mesi di digiuno, ginnastica e nuoto? Vede, questo è vero eroismo.
- Sa quindici anni fa cosa prendevano queste signore? Cominciavano con un caffè con doppia panna, vicino ci mangiavano due sfoglie con ricotta, poi ordinavano tre-quattro paste. A volte anche cinque o sei. Oggi nulla. (Schiocca le dita.) Neppure una.
- Dovrebbe tenere anche lei il passo con i tempi.
- Come?
- Dovrebbe sfornare paste amare.
- Ci ho provato. L’anno scorso ho fatto dei tranci di torta secca, di mandorla amara. Dura come la pietra, amara come il chinino. Non li hanno nemmeno toccati.
- Allora dovrebbe ricorrere a mezzi più efficaci. Vede, le fabbriche di birra l’hanno già capito. Un tempo pubblicizzavano i loro prodotti dicendo: la birra X è nutriente. Ora invece reclamizzano birre che non fanno ingrassare. Potrebbe provare con panne che fanno dimagrire, con bignè lassativi, paste con un pizzico di veleno per topi sopra al posto dei pistacchi. Potrebbero avere successo.
- Crede?
- Si. E chi consuma tutta questa roba?
- Gli uomini e i bambini. E quelle donne che hanno tentato invano le cure dimagranti. Dopo il fallimento definitivo delle cure tornano qui pentite e mangiano fino a scoppiare. (Con aria severa.) Fino alla nausea.
- Qual è il paese più goloso di dolci?
- Ancora l’Ungheria. Prima della guerra c’erano 114 pasticcerie a Budapest, ora sono 300 e nessuna è in difficoltà.
- Ci sono delle mode anche in questo settore?
- Ogni epoca ha il suo stile. Quando ero giovane, andava per la maggiore la mezzaluna ripiena di noci e di semi di papavero e i bambini amavano le caramelle d’orzo. Oggi riesco a vendere al massimo tre o quattro mezzelune alla noce o al papavero al giorno, le altre rimangono. Piacciono molto le creme, le caramelle ripiene, i bignè, e soprattutto le bavaresi, di cui solo noi vendiamo 1400 pezzi al giorno. (Neoromanticismo.) Il futuro? Forse il marzapane. Ultimamente c’è stata molto richiesto un tipo di pasta che imita la pesca ed è ripiena di spuma di cioccolato. Non è quello che sembra. (Espressionismo.) Naturalmente la torta Dobos è imbattibile. (Resiste la Dobos, il classico di Budapest dei vecchi tempi.)
- Torte nuziali?
- Ne vendiamo qua e là qualcuna. Oggigiorno il pasticciere non erige più torri, né costruisce cattedrali di zucchero con figure, colombe e con il ritratto degli sposi. (Rococò.) Non va più neppure la “spanische Windtorte”. Solo la materia conta, deve essere tutto commestibile, anche la scritta.
(Dal
laboratorio arriva un dolce profumo alla vaniglia. Chiedo di poter
entrare. Vedo gelatiere ad ammoniaca in funzione, paté di fegato di
Limburg, carpe in gelatina, sbattitori elettrici, la pasta pallida
della torta di Linz sotto il matterello, il ripieno color oro delle
bavaresi in calderoni d’ottone. La macchina del cioccolato romba.
Versano dall’alto la polvere del cacao delle colonie e il
cioccolato arricchito di burro e addolcito sgocciola da sotto e
macchia di marrone il grembiule bianco dei pasticcieri. Oh, se da
bambino mi avessero chiuso in una prigione di cioccolato per almeno
due settimane! Eliminano oltre sette etti di scorie di cioccolato al
giorno. Anche sulla parete ci sono schizzi di cioccolato. Qui si
potrebbe leccare tutto.)
(Traduzione di Andrea Rényi)
martedì 17 aprile 2012
László F. Földényi, La capacità di stupirsi
Massa e potere –
cinquant’anni dopo
Il libro di Elias Canetti
non è un romanzo, anche se a tratti il suo tessuto è romanzesco. Ha
una drammaturgia ben definita che però non è lineare, non segue le
regole di un dramma ben costruito e basato sulla logica razionale. La
definirei piuttosto una drammaturgia del sogno. Non vi è un punto
centrale, al quale subordinare tutto. Eppure l’opera non manca di
una certa unità. Potrei paragonarla agli esperimenti
dell’avanguardia o ai libri di Karl Kraus.
Provo difficile definirla
un’opera scientifica. Già nel primo capitolo Canetti evidenzia –
peraltro con la lucida logica propria degli scienziati – che la
scienza ha dei limiti che però non fissa essa stessa. In base alla
mia esperienza universitaria posso affermare che se oggi Canetti
presentasse questa sua opera da anonimo presso una qualsiasi
università come tesi di un dottorato di ricerca o d’abilitazione,
essa verrebbe unanimemente respinta.
Non è un romanzo e non è
un lavoro scientifico. Che cos’è allora? Canetti definì Massa
e potere come “l’opera della sua vita”. Il suo libro è la
copia della vita reale, palpitante; il risultato di trenta (!) anni
di lavoro. Questa palpitazione viva contava più di tutto per lui.
Secondo il suo titolo il libro parla di massa e di potere. Ha però
un nucleo centrale che come un focolaio, attizza ogni rigo, ogni
affermazione e ogni pensiero del libro. Si tratta di una domanda mai
esplicitamente formulata ma presente in ogni pensiero del libro: che
cos’è l’uomo? Questa domanda, come una grande visione, rende
tuttora vivo il libro di Canetti pubblicato mezzo secolo fa.
Partendo da questa
domanda diventa comprensibile la difficoltà di catalogare l’opera.
Perché Canetti a metà del ventesimo secolo, si rivolge a un genere
che all’epoca era considerato anacronistico, pur avendo una grande
tradizione europea. Che cos’è l’uomo? La domanda fu posta da
Montaigne, Hobbes, Luis de Vives, Pico della Mirandola, Thomas
Browne, Robert Burton e John Donne, insieme a molti predecessori. Li
accomunava il fatto di non essere più “di moda”, insieme al
quesito da loro posto. Naturalmente non del tutto. Perché Canetti
aveva dei compagni di viaggio, seppure viandanti solitari come lui.
Il polacco Miłosz, l’argentino Borges, l’ungherese Béla Hamvas,
il polacco Kołakowski, la spagnola Maria Zambrano e il colombiano
Nicolàs Gòmez Dàvila: percorrevano strade diverse ma si ponevano
la stessa domanda e nessuno di loro era disposto a rinunciare al
libero pensiero a favore della sistematicità accademica.
Esiste un punto in comune
nel pensiero dei filosofi appena menzionati che è presente anche
nell’opera di Canetti: l’apertura nei confronti delle
questioni metafisiche, che è stata la tradizione più forte del
pensiero europeo per duemilacinquecento anni e che proprio nella
seconda metà del ventesimo secolo stava correndo seri rischi. La
forza di quest’opera sta nella sua apertura. Questo libro si
distingue dalla prima all’ultima pagina per la sua capacità di
stupirsi di fronte al mondo. Può darsi che la scienza dell’etnologia
giudichi sorpassate molte delle sue affermazioni; può darsi che i
politologi non sappiano che farsene nel corso delle loro analisi e
commenti giornalieri; può darsi che la psicologia odierna veda tutto
diversamente ed è probabile che gli antropologi non saranno
d’accordo su molti punti, ma per quanto riguarda la capacità di
stupirsi, Canetti può insegnare molto agli addetti. È un
insegnamento tuttora valido e tutti dovrebbero imparare la sua
lezione. In questo Canetti è un professore.
Dal 1960 i rappresentanti
delle discipline più varie stanno cercando di venire a patti con
questo libro. Ha avuto molti critici e molti ammiratori. Alcuni
considerano Canetti l’ultimo poliedrico, altri sottolineano il suo
dilettantismo. Il lettore farebbe fatica a rispondere alla domanda:
di quale branca è scienziato Canetti? È un antropologo? Etnologo?
Storico? Psicologo? Uno storico delle religioni? Sociologo?
Politologo? È studioso di tutto e di niente. Dispone di notevoli
conoscenze,e il suo coraggio è ammirevole quando ignora
semplicemente ciò che non riguarda direttamente il suo tema. Al
posto della logica deduttiva e di ampio raggio, imprescindibile nelle
scienze, si affida all’istinto e all’intuito; come i boscimani, e
interpreto il capitolo sulle loro intuizioni anche come una velata
confessione autobiografica.
La definizione dei due
temi principali del libro: massa e potere, dà il quadro del modo
particolare di procedere di Canetti. Secondo lui la massa non è una
formazione storica, non è una categoria sociologica o politica, ma
un turbinio opaco specifico non solo della società degli uomini ma
che compone ogni manifestazione di vita. Per Canetti la massa è una
costante sempiterna presente in tutte le epoche e la sua
caratteristica principale non è necessariamente la quantità o la
misura ma la sensazione dello spazio che l’accompagna. La massa
offre la sensazione del contatto fisico. La prima frase del
libro recita: “Nulla l’uomo teme di più che essere toccato
dall’ignoto” (trad. di F. Jesi). È dato un essere vivente, nella
fattispecie l’uomo, che prima di tutto ha paura: teme il contatto
fisico con un Altro che entra nel cerchio magico della sua unicità.
L’Altro non è ancora entrato, ma può farlo in qualsiasi momento –
è questo a causare la paura incessante. Come può liberarsene?
Andandole incontro. Come è possibile evitare il contatto? Non
allontanandoci dall’Altro – perché siamo circondati dall’Altro,
da estranei -, ma avvicinandoci. Tanto da far cessare l’essenza
dell’Altro. Per farlo tutti gli Altri devono unirsi. Ed ecco che si
forma la massa, dove entro in contatto fisico con altri, ma
non come individuo, né l’altro mi tocca come individuo. “Appena
ci abbandoniamo alla massa cessa il rifiuto del contatto. Nella
teoria diventiamo tutti uguali.”
Riguardo alla massa
Canetti fa valere fino alla fine un pensiero profondamente patetico:
la massa non è un fenomeno umano ma universale. Quando gli uomini si
riuniscono per formare una massa non eseguono un semplice movimento
politico e sociale bensì si imitano. I boscimani gli africani,
questi gli europei che a loro volta imitano gli indiani che a loro
volta imitano i musulmani – e tutti insieme imitano gli animali, i
loro branchi riuniti per motivi vari – ma anche gli animali imitano
la natura e i suoi fenomeni. Canetti fa anche degli esempi: il fuoco,
il mare, la pioggia, il fiume, il bosco, il grano, il vento, la
sabbia. La massa, la massificazione non sono fenomeni esclusivamente
umani ma cosmici. Ne consegue che la massa non significa solamente
l’insieme di molti uomini, l’esistenza nella massa è una
componente della vita.
Gli storici, i sociologi
e i politologi trovano problematica quest’interpretazione della
massa. Sta proprio qui la chiave dell’importanza di Massa e
potere, quale uno dei libri determinanti del ventesimo secolo.
Perché senza renderlo evidente, rappresenta la massa come una sorta
di condition humaine, e disegnando delle analogie profonde fra
l’uomo, l’animale e la natura inorganica dà voce a un’importante
esperienza del ventesimo secolo. Massa e potere non parla del
ventesimo secolo, ma ha origine nel ventesimo secolo, è
una voce di quell’epoca. Sulla massa sono state scritte
altre opere – citate da Canetti - non solo nel diciottesimo e
diciannovesimo secolo, ma anche nell’antichità. L’esperienza
della massa come forma esclusiva di esistenza, alla quale non c’è
scampo perché con l’aiuto valido dei media l’uomo viene
raggiunto anche nei luoghi più isolati, è stata vissuta e
raccontata solo nel ventesimo secolo.
- * *
Lo stesso vale per la
questione del potere. Qual è la manifestazione più elementare del
potere? La risposta di Canetti: che inghiottisce l’altro. Cosa
occorre per inghiottire? Una bocca. E cosa serve per digerire? Denti
che tritano. I denti sono buoni se sono lisci e duri, resistenti –
e sono efficaci perché mettono ordine. Il potere può consolidarsi
solo se è levigato e ordinato. Ciò che i denti tritano finisce
nella cavità orale – che è una prigione. Che è pure uno
strumento indispensabile del potere. La stazione successiva alla
cavità orale è la gola che ingoia – come il potere ingoia il
suddito. Il cibo viene digerito nello stomaco, il corpo fa
definitivamente suo e interno ciò che prima era ancora estraneo. Il
prodotto finale sono gli escrementi dove l’unione diventa completa.
“Nulla è appartenuto a un uomo più di ciò che si è trasformato
in escremento.” Per Canetti la relazione fra l’uomo i suoi
escrementi è l’analogia del funzionamento del potere. “Qualcosa
di estraneo viene afferrato, sminuzzato, incorporato, e assimilato
dall’interno: si vive soltanto grazie a questo processo.” Le
citazioni provengono dall’inizio del capitolo Gli organi del
potere. Qui si parla anche della mano, della pazienza della mano,
degli esercizi delle dita delle scimmie e della psicologia del
mangiare. Ma ci sono anche argomenti non trattati. Per esempio
l’esercizio del potere, la natura politica del potere, la
divisione, la rappresentazione e la psicologia del potere. Quando
cercano di attaccare il libro, i critici parlano dell’interpretazione
del potere e chiamano Hannah Arendt in aiuto, o l’opera classica
dell’austriaco Friedrich von Hayek, The Road to Serfdom (1944).
A mio avviso sbagliano. Ci rivolgiamo a questo libro in modo
appropriato se non vi cerchiamo le verità storiche, non esaminiamo i
suoi insegnamenti politici, sociologici, ma valutiamo soltanto se
l’autore è riuscito a trasmettere al lettore con precisione la
propria visione della natura del potere. Ciò che avevo detto
riguardo alla massa, vale anche per il potere: Canetti poteva avere
questa visione solo nel ventesimo secolo, e non ha scritto del
potere, ma ha guardato fuori dallo stomaco del potere,
considerandolo il suo escremento. Invece dell’esatta analisi
storica del potere, Canetti offre al lettore l’esperienza
esistenziale del potere. Non lo paragonerei a Hannah Arendt ma a
Kafka.
- * *
Canetti non usa mai la
prima persona singolare, eppure il suo libro è molto personale. La
visione menzionata prima lo rende tale. Lavorando al libro per tre
decenni Canetti ha cercato di mantenere viva questa visione fino alla
fine. Cosa poteva essere questa visione? Un mistero. È sicuro però
che la paura dell’Altro, dello Sconosciuto ha avuto un ruolo così
come il timore di essere ingoiato. Questa visione non solo rende il
libro personale, ma anche un vero e proprio prodotto del ventesimo
secolo. Poteva essere scritto solo in quel secolo che non solo si
riteneva il più evoluto della storia dell’umanità, ma ha prodotto
anche gli orrori più spaventosi. Canetti è sorprendentemente di
poche parole quando, raramente, parla delle due guerre mondiali, dei
regimi totalitari e degli eccidi senza precedenti, eppure il suo
libro è una forte presa di posizione pessimista: l’uomo è
incorreggibile perché si ripete sempre, con strumenti sempre più
sofisticati. Per l’autore di Massa e potere l’illuminismo
europeo ha esaurito le sue potenzialità emancipatorie.
Il tono personale è
particolarmente accentuato in un capitolo, dal titolo rivelatore Il
comando. Che cos’è il comando? Per Canetti non è un giudizio
astratto, ma una manifestazione dolorosamente concreta che punge come
una spina. Il comando come spina è una formazione dell’anima che
rimane nell’uomo per sempre: i comandi eseguiti si radicano
definitivamente nella memoria. I bambini sono i più esposti e la sua
voce di solito asciutta qui si ammorbidisce: “Sembra un miracolo
che essi [i bambini] non crollino sotto il carico di comandi e
sopravvivano alle iniziative degli educatori. Ma tutto ciò è per
loro naturale come il mordere o il parlare, e non è meno crudele di
ciò che a suo tempo imporranno ai loro figli. … Ogni bambino,
anche il più comune, non dimentica né disperde alcuno degli ordini
con cui gli è stata fatta violenza.”
Il comando è il cemento
di ogni essere vivente che sia animale o uomo. Possono sopravvivere
solo se obbediscono, se soddisfano le regole del gioco dettate dai
comandi. Altrimenti si sbriciolerebbero, si annienterebbero. Qui, in
questo punto la descrizione fenomenologica è anche un giudizio di
valore che per il resto l’autore evita dove può. Perché Canetti
definisce il comando cosa negativa fin dall’inizio. Ciò che è
cattivo lo considero tale però soltanto se conosco il bene. Che cosa
può essere il bene? Un mondo senza comandi, che però non per questo
cade a pezzi. Esperimentarlo? No, dice Canetti. Ma nel frattempo
suggerisce che malgrado ogni argomento ragionevole deve pur esserci
un mondo del genere. Bisogna sconfiggere il dominio del comando, dice
Canetti, non con la voce di uno storico o politologo, ma di un
predicatore. “Si devono trovare mezzi e vie per liberare da esso la
maggior parte degli uomini. Non gli si può permettere altro che di
scalfire la pelle. Le sue spine devono trasformarsi solo in lappole
di cui ci si sbarazza con un gesto.” Finché non sarà successo la
nostra individualità sarà sempre minacciata e noi usciremo di scena
sempre come un escremento del potere.
Il titolo del libro fa
pensare alla natura sempiterna della massa e del potere. La visione,
“il nocciolo ardente” che mantiene in vita le sue riflessioni, è
legata strettamente all’epoca: attraversa il ventesimo secolo come
il raggio di una radiografia. Lo scopo ultimo del libro è un’accusa.
Massa e potere è un atto d’accusa nei confronti di quello
che contemporaneamente anche Cioran ha chiamato creazione errata.
(Traduzione di Andrea Rényi)
(Traduzione di Andrea Rényi)
giovedì 12 aprile 2012
Raoul Wallenberg
![]() |
| Via Raoul Wallenberg a Budapest |
Discendente di una delle famiglie più in vista in Svezia, Wallenberg consegue la laurea in Architettura negli Stati Uniti d'America e nel 1935 si trasferisce a Haifa, dove entra in contatto con gli ebrei tedeschi rifugiati in Palestina dalla persecuzione in Germania. Nell'anno successivo torna in Svezia e trova impiego in un'impresa di import-export di alimentari fondata da un emigrato ungherese, il dottor Lauer, e fornitrice anche della Croce Rossa in Europa Centrale. Grazie alla sua conoscenza di varie lingue, fra le quali anche il russo, Wallenberg fa rapidamente strada all'interno dell'impresa e ne diventa azionista di rilievo, nonché direttore commerciale internazionale. Viaggia molto, trascorre lunghi periodi nella Francia occupata dai tedeschi e in Germania, dove impara a orientarsi nei labirinti della burocrazia. Effettua brevi viaggi anche in Ungheria.
Dopo l'occupazione tedesca dell'Ungheria avvenuta nel marzo 1944, gli ebrei ungheresi tentano la salvezza per via dei passaporti di paesi neutrali che dovrebbero garantire l'immunità. Anche l'ambasciata svedese di Budapest rilascia i cosiddetti Provisorik Pass a cittadini ungheresi con parenti svedesi o possessori di interessi commerciali in Svezia.
Nel 1944, dietro suggerimento del dottor Lauer, il governo statunitense e il War Refugee Board chiedono al governo svedese di inviare Wallenberg in Ungheria in qualità di addetto umanitario. Wallenberg chiede e ottiene di poter agire in piena autonomia, usando anche sistemi non ortodossi e senza doversi consultare di volta in volta con l'ambasciatore svedese.
Wallenberg giunge a Budapest il 9 luglio 1944 quando gli ebrei della provincia ungherese sono già stati deportati nei campi di sterminio ed Eichmann sta prendendo provvedimenti per l'evacuazione dei ghetti di Budapest. Lo svedese emette subito 1500 Schutzpass, passaporti dell'immunità, poi altri 3000, ma questa è soltanto la cifra ufficiale, in realtà grazie ai suoi metodi che contemplano anche la corruzione e l'inganno, il numero dei passaporti è molto più alto. Allestisce un ufficio con il solo compito di salvare il maggior numero possibile di ebrei ungheresi, vi lavorano più di cento persone, tutte provenienti dai ghetti.
Dopo la presa di potere da parte di Szàlasi e delle sue frecce crociate che violano apertamente l'immunità degli ebrei muniti di passaporti, Wallenberg istituisce le "case svedesi protette" dove trovano alloggio e immunità diplomatica oltre 15 mila ebrei. Seguono il suo esempio anche le ambasciate di altri paesi neutrali emettendo passaporti diplomatici e istituendo case protette.
Wallenberg aiuta anche i deportati lungo il loro interminabile cammino verso la frontiera e i campi di sterminio: con i suoi collaboratori tenta di liberare gli ebrei possessori di passaporti, aiuta con cibo, bevande e capi di abbigliamento gli altri in marcia.
Nell'inverno del '44 ormai neppure i suoi protetti sono al sicuro, le croci frecciate assaltano le case protette, ne uccidono o deportano gli inquilini e Wallenberg può offrire loro ormai solo soccorso fisico.
Con un ultimo sforzo, nel gennaio del '45 Wallenberg riesce a impedire il massacro che Eichmann stava progettando ai due ghetti di Budapest, salvando la vita a migliaia di persone.
Per cause tuttora non chiarite due giorni dopo si mette in viaggio per Debrecen, e da quel momento in poi ci sono soltanto supposizioni più o meno fondate sulla sua sorte. Fonti dicono che sia lui che il suo autista, Vilmos Langerfelder, furono sequestrati dalle truppe sovietiche, presi in consegna dal NKVD e portati a Ljubljanka. Su pressione sovietica l'8 marzo 1945 la Radio Ungherese annuncia l'uccisione dei due per mano della Gestapo, mentre nel 1957 le autorità sovietiche affermano che Wallenberg è morto in prigione 10 anni prima.
martedì 10 aprile 2012
Attila József, La tristezza
La tristezza è un postino grigio muto
ha il volto scavato e gli occhi blu
dalla spalla stretta pende una borsa
il suo mantello è logoro scuro.
Nel petto gli batte un tic-tac da due soldi
per le strade sguscia impaurito
si appiattisce lungo i muri delle case
e scompare nell'androne.
Poi bussa. Porta una lettera.
(Traduzione di Edith Bruck)
ha il volto scavato e gli occhi blu
dalla spalla stretta pende una borsa
il suo mantello è logoro scuro.
Nel petto gli batte un tic-tac da due soldi
per le strade sguscia impaurito
si appiattisce lungo i muri delle case
e scompare nell'androne.
Poi bussa. Porta una lettera.
(Traduzione di Edith Bruck)
giovedì 29 marzo 2012
György Somlyó, Favola sull'essere soli
giovedì 22 marzo 2012
György Somlyó, Favola sul compito di domani
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| Foto di Renato Martino Bruno |
I suoi occhi come lampadine fulminate, il meccanismo guasto fuoriuscito è ben visibile. Le guance scarnite e infossate.
Con l'armonica al posto dei denti morde affamato e annoiato il pane secco della melodia mille volte ciancicata.
Il berretto accanto è una lente d'ingrandimento debole per raccogliere i raggi degli spiccioli racchiusi nella camera di piombo delle tasche frettolose.
I bambini si precipitano fuori dal portone. E' finita la scuola? Oppure questa è l'ultima lezione di oggi? Dopo le tavole colorate di iniziali, la rosa sezionata, la carta geografica a rilievo e dopo le belle fasce rosse dei muscoli umani, è questa l'ultima illustrazione per oggi, nella cornice sporca della finestra della cantina?
Che compiti hai per domani? - domando a mio figlio proprio mentre passiamo davanti a lui.
Iniziano a suonare le campane.
Raccoglie i suoi strumenti come fanno gli operai, svuota il berretto, mette via l'armonica. Si alza. Ora si vede che è anche storpio. Una ragazzina lo guida.
Conoscete i passi frettolosi dei mendicanti zoppi? Si avvia in fretta. Vedo che all'angolo si incontra con un altro storpio. Prende del denaro dalla tasca e glielo dà. Prende delle parole dalla bocca e dà anche quelle all'altro. Si separano.
Non saprò mai che cosa si dicono i mendicanti ciechi, sdentati e claudicanti agli angoli delle strade, perché uno dà del denaro all'altro e dove vanno di fretta, con le loro armoniche come dentiere sottobraccio.
E non saprò nemmeno quello che pensano di loro i bambini, quando escono dalla scuola. Che cosa abbiamo imparato oggi, angelo mio? Che c'è per domani?
(Trad. Andrea Rényi)
Favola tratta dal volume: http://www.lithoslibri.eu/?p=807
giovedì 15 marzo 2012
István Örkény, Con le unghie e con i denti
![]() |
| István Örkény |
Prima di morire di inedia
gli italiani facevano un chiasso assordante. Le altre nazioni, compresi
i francesi, parenti degli italiani, andavano incontro alla morte con
rassegnazione e scivolarono in silenzio, quasi impercettibilmente, in
uno stato cristallino definitivo. Gli italiani facevano tutto
diversamente e vivevano secondo le loro abitudini. Noialtri, per
esempio, preferivamo le brande in basso, mentre loro cercavano le
brande ai piani più alti dove faceva leggermente più caldo, ma
poiché, raggiunto un certo grado di debolezza, non si riusciva più
a scendere e a salire, era impossibile anche andare a fare i bisogni.
Per gli italiani contava invece stare insieme e occupavano le brandine
in alto secondo una complicata distribuzione regionale. Fra loro si
rivolgevano chiamandosi non per nome ma per i nomi delle loro città
d'origine. A volte l'aria era satura di nomi di città italiane. Per
il resto si comportavano del tutto normalmente, tranne quando
qualcuno si stava avvicinando alla fine. In quel caso c'era un
improvviso brusio e si mettevano in moto da far tremare tutta la
struttura di legno. La morte di un uomo sembrava sconvolgerli ancora,
e non soltanto nessuno li rimproverava per lo schiamazzo, ma venivano
circondati da un certo rispetto.
Una sera uscii dalla baracca e davanti alla porta mi scontrai con qualcuno. Faceva buio ma nel chiarore della neve notai dal suo berretto che era italiano.
- Non sai stare attento? - inveì contro di me.
- Mi rompi la testa e vuoi pure avere ragione? - risposi arrabbiato e stavo per proseguire, ma l'italiano non me lo permise finché non raccolse da terra quello che gli avevo fatto cadere. Poi si tranquillizzò.
- Dove hai imparato l'italiano? - domandò.
- Da nessuna parte.
- Eppure lo parli abbastanza bene.
- Perché a scuola avevo studiato il latino, in seguito ho girato l'Italia per lungo e per largo e qualcosa mi è rimasto attaccato.
Volevo andarmene ma mi
trattenne per il braccio.
- Sei mai stato a Cremona?
- No.
- E a Verona?
- Ben due volte.
- Non stai mentendo?
- Lasciami il braccio.
- Sei mai stato a Cremona?
- No.
- E a Verona?
- Ben due volte.
- Non stai mentendo?
- Lasciami il braccio.
Non mi lasciò andare.
Guardandomi in faccia voleva capire se potevo essere stato due volte
a Verona. Probabilmente giunse alla conclusione che era possibile
perché prese a trascinarmi dietro di sé.
- Dove mi stai portando? - domandai.
- Non fare troppe domande.
- Dove mi stai portando? - domandai.
- Non fare troppe domande.
Il mio italiano abitava nella parte più interna della baracca. In quell'angolo aleggiava un fetore dolciastro, nauseabondo, perché gli italiani non volentieri consegnavano i loro morti. Noi tutti trattenevamo i cadaveri anche per quattro, cinque giorni, perché quando, raramente, distribuivano del cibo, prima ci chiamavano a raduno per contarci. Più persone c'erano più razioni ricevevamo, cosicché tenevamo stretti fra noi i cadaveri mettendo loro in testa il berretto. Le guardie non se ne accorgevano mai e contavano i morti fra i vivi. Naturalmente da noi, vicino all'ingresso della baracca, faceva molto più freddo e i corpi diventavano maleodoranti più lentamente.
- Cremona! - l'italiano lanciò il grido in alto, nella direzione delle brande. - Pavia! Roma! Vicenza!
Li capivo abbastanza bene e loro
capivano me, ma quando parlavano fra loro non afferravo una parola
della loro parlantina svelta. Infatti, non mi era chiaro l'argomento
della conversazione del cremonese con i suoi connazionali che alla
fine lo invitarono a salire sulla branda più in alto.
- Hai con te la
gamella? - domandò il cremonese.
- No – risposi.
- Non ce l'hai qui con te o non ne hai una?
- Non ho una gamella.
![]() |
| Gamella con incisioni in italiano |
- No – risposi.
- Non ce l'hai qui con te o non ne hai una?
- Non ho una gamella.
Sentii una risata nel
buio.
- Sei un professore? - chiese l'italiano.
- Da che cosa lo deduci?
- Perché non hai neppure una gamella.
- L'avevo fino a ieri.
- E che fine ha fatto?
- Probabilmente me l'hanno rubata – dissi.
- Allora non puoi che essere un professore.
- Sei un professore? - chiese l'italiano.
- Da che cosa lo deduci?
- Perché non hai neppure una gamella.
- L'avevo fino a ieri.
- E che fine ha fatto?
- Probabilmente me l'hanno rubata – dissi.
- Allora non puoi che essere un professore.
La battuta su di me
professore doveva aver avuto successo perché le risate intorno diventavano sempre più forti. Poi abbassarono il tono, presero a sussurrare fra
loro, e infine parlò il cremonese.
- Vorremmo offrirti qualcosa.
- Che cosa? Questa puzza? - domandai.
- Vorremmo offrirti qualcosa.
- Che cosa? Questa puzza? - domandai.
Riconosco di non essere
stato particolarmente spiritoso, ma l'atmosfera era diventata
piacevole al punto che potevo dire qualsiasi cosa e gli italiani
avrebbero riso comunque. Qualcuno mi mise in mano una gamella
tiepida. La annusai insospettito che quegli italiani bontemponi
volessero solo prendermi in giro.
- Mangia tranquillamente – disse il cremonese. E' carne.
- Che carne?
- Fegato – disse il cremonese. - Ma è senza sale.
- Mangia tranquillamente – disse il cremonese. E' carne.
- Che carne?
- Fegato – disse il cremonese. - Ma è senza sale.
L'assaggiai. Era fegato
veramente. Mangiando però mi venne in mente una diceria che avevo
sentito riguardo ai cuochi. Avevo una fame terribile ma misi giù il
cucchiaio.
- Che fegato è questo? - domandai al cremonese.
- Indovina.
- Non sarà mica di gatto?
- Perché dovrebbe essere di gatto?
- Perché ho sentito che il piatto preferito degli italiani è la carne di gatto.
- Che fegato è questo? - domandai al cremonese.
- Indovina.
- Non sarà mica di gatto?
- Perché dovrebbe essere di gatto?
- Perché ho sentito che il piatto preferito degli italiani è la carne di gatto.
Ci risero sopra di tale
gusto che il cremonese ripeté tutta la conservazione a beneficio di
quelli seduti più lontano. La seconda volta risero forse ancora di
più.
Il fegato era duro come
una suola di scarpa e completamente privo di sale, ma lo masticai e
triturai con i denti con una tale forza che sarebbe bastata per
spezzare anche il ferro.
- Qui non ho mai visto un gatto – dissi.
- Perché sei un professore distratto – commentò il cremonese.
- Questa carne non sa di gatto.
- Qui non ho mai visto un gatto – dissi.
- Perché sei un professore distratto – commentò il cremonese.
- Questa carne non sa di gatto.
Calò il silenzio e tutti
gli occhi furono puntati su di me.
- Allora che sapore ha?
- Sa di cuoco.
- Allora che sapore ha?
- Sa di cuoco.
Non stavano più nella
pelle. Si diedero degli spintoni e quando erano troppo stanchi dal
ridere, bastò ripetere quello che avevo detto per far scoppiare di
nuovo le risate. Il cremonese si aggrappò al bordo della branda per
non cadere di sotto.
- Scommettiamo – aggiunse – che non hai visto né gatti né cuochi.
- E' vero – confessai.
- Scommettiamo – aggiunse – che non hai visto né gatti né cuochi.
- E' vero – confessai.
Era vero, non avevo mai
visto un cuoco lì. Non si facevano vedere. Avevo sentito che da
quando avevano cominciato a scomparire, uscivano solo di notte e solo
in gruppo dalla cucina.
- Grazie mille – dissi quando la gamella fu svuotata.
- Zum Wohl – disse il cremonese. - Ma sarà meglio non parlare in giro di questo fegato.
- Non lo racconterò a nessuno – dissi e scesi dalla branda.
- Se vuoi puoi venire anche domani sera – aggiunse il cremonese. - Se hai un po' di sale, portalo con te.
- Purtroppo non ne ho.
- Portati almeno il cucchiaio.
- Non ce l'ho – dissi.
- Avete sentito? - gridò il cremonese. - Al professore hanno rubato anche il cucchiaio.
- Grazie mille – dissi quando la gamella fu svuotata.
- Zum Wohl – disse il cremonese. - Ma sarà meglio non parlare in giro di questo fegato.
- Non lo racconterò a nessuno – dissi e scesi dalla branda.
- Se vuoi puoi venire anche domani sera – aggiunse il cremonese. - Se hai un po' di sale, portalo con te.
- Purtroppo non ne ho.
- Portati almeno il cucchiaio.
- Non ce l'ho – dissi.
- Avete sentito? - gridò il cremonese. - Al professore hanno rubato anche il cucchiaio.
Risero
di nuovo. Ero seduto già sulla mia branda e sentivo ancora gli
italiani prendermi in giro. Per ogni evenienza avvolsi negli stracci
e sistemai rapidamente sotto l'alzata per la testa la mia gamella, il
mio cucchiaio e il poco di sale che avevo in una boccetta da saccarina. Eravamo destinati alla morte
per inedia, eravamo talmente magri da sembrare solo braccia e gambe e
invano cercavamo aggrapparci con le unghie e con i denti, scivolavamo
sempre più smilzi, rimpiccioliti verso una consistenza definitiva,
cristallina.
(Dalle "Novelle da un minuto", traduzione di Andrea Rényi)
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