lunedì 7 maggio 2012

István Örkény, Un lettore scrupoloso



  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Non posso passarglielo ora ma le dico subito che se si tratta di un incidente, la macchina la possiamo prendere in consegna solo nel mese prossimo.
  • Mi ha cercato lui.
  • Perché non ha detto subito che vi conoscete? Che cosa ha la macchina che non va?
  • Non si tratta di un incidente. Sono appena tornato a casa e ho trovato un biglietto con il nome di Mihály Szlávik e un numero di telefono.
  • La prego di richiamare fra venti minuti, adesso tutta l'officina è in intervallo per il pranzo.
    *
  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Glielo passo subito.
  • Pronto, sono Mihály Szlávik.
  • Mi ha lasciato lei il suo numero?
  • Sì, mi sono permesso di farlo per domandarle una cosa.
  • Prego.
  • Ha tradotto lei il romanzo di Truman Capote, vero?
  • Sì, sono io il traduttore di Altre voci, altre stanze. L'ha letto?
  • L'ho letto e mi è piaciuto molto, ma ho notato qualcosa. Vorrei sapere perché i neri nel libro parlano diversamente rispetto agli altri?
  • Parlano diversamente?
  • Parlano come se fossero stranieri. Vorrei solo capire meglio, per questo glielo sto chiedendo.
  • Mi sembra di ricordare qualcosa. Vede, la traduzione risale a tre anni fa, l'ho dimenticata un po' ma mi ricordo di una cameriera con una cicatrice sul collo. Si sta riferendo a lei?
  • Anche a lei.
  • Allora si tranquillizzi pure. Mi ricordo molto bene che questa ragazza anche nel testo originale parla in un inglese stentato.
  • Cosa significa stentato?
  • Stentato è stentato. O no?
  • Non del tutto. Parliamo in modo stentato una lingua che non conosciamo bene. Può parlare male anche la propria lingua madre chi non ha studiato, chi è ignorante o è limitato. Ma sono due cose ben distinte.
  • Come parla allora quella nera?
  • Parla come una straniera che non conosce bene l'inglese. Questo mi ha colpito e mi sono permesso di chiamarla. I neri vivono negli Stati Uniti, in un ambiente anglofono, sono dunque di lingua madre inglese.
  • Ho incontrato degli zingari che vivono qui, in Ungheria, eppure parlano un ungherese stentato come se fossero stranieri.
  • Questo ragionamento sembra corretto ma non dimostra nulla. Gli zingari hanno infatti una loro lingua, ma non i neri.
  • Capisco. Non so cosa dire. Vorrei che mi credesse che sono un traduttore molto preciso, persino maniacale. Può ben credermi che la ragazza anche nel testo originale parla male l'inglese. In più, i revisori controllano la traduzione parola per parola...
  • I revisori possono commettere errori. La prego di dare un'occhiata a Hook Finn. Se non erro, l'ha tradotto Karinthy. In ogni caso, in Hucklebbery Finn il nero parla come un analfabeta, un uomo primitivo e non come uno straniero. Oppure quest'aspetto è irrilevante per un traduttore?
  • No, ma non ho tradotto io Huckleberry Finn. Che tra l'altro un romanzo di cent'anni fa.
  • Mi deve perdonare, ma questo conferma solo che ho ragione io. A cent'anni di distanza i neri  hanno imparato a parlare l'inglese solo meglio, e non peggio.
  • Credo che lei abbia ragione anche su questo.
  • Spero di non averla offesa.
  • Affatto. Ha detto cose su cui riflettere.
  • Purtroppo non parlo l'inglese, non ho potuto controllare il testo originale ma quei dialoghi mi hanno colpito. Volevo parlare con lei perché per me la chiarezza viene prima di tutto.
  • Ha fatto bene a chiamarmi.
  • Devo lasciarla perché il capoofficina mi sta bussando sul vetro. Per il resto la traduzione è ottima.
  • Arrivederci.
  • Le faccio tanti auguri.

    (Da "Novelle da un minuto", trad. di Andrea Rényi)


venerdì 4 maggio 2012

István Örkény, Sondaggio

Anche in Ungheria è stato istituito ed è già attivo il primo istituto di sondaggi dell'opinione pubblica.
Contiamo sulla vostra gentile collaborazione.
A scopo dimostrativo comunichiamo i risultati del primo sondaggio relativo all'opinione dei nostri cittadini sul passato, presente e futuro del nostro Paese. Per l'affidabilità del risultato, abbiamo chiesto a 2975 persone dalle più varie estrazioni, posizioni sociali, occupazioni e fedi religiose, di rispondere ai quesiti del seguente modulo:

1. Com'è il sistema attuale?
a) Buono
b) Cattivo
c) Non è né buono, né cattivo, ma potrebbe essere un tantino migliore
d) Vorrebbe emigrare a Vienna

2. Percepisce la solitudine dell'uomo del XX secolo?
a) Si sente molto solo
b) Si sente quasi del tutto solo
c) Per così dire, si sente completamente solo
d) A volte scambia due parole con il portiere dello stabile

3. Le sue esigenze culturali
a) Frequenta i cinema, le partite di calcio e le osterie
b) Qualche volta guarda fuori dalla finestra
c) Non si affaccia neppure alla finestra
d) Non è d'accordo con le tesi di Mao Tse-tung

4. Che formazione filosofica possiede?
a) Marxista
b) Antimarxista
c) Legge solo romanzi di Jenő Rejtő
d) E' alcolizzato

Risultato:
1. Negli ultimi vent'anni tutto è andato a meraviglia.
2. Anche ora va tutto benissimo, soltanto le corse della linea 19 sono rare.
3. Il futuro sarà persino migliore se infittiscono le corse della linea 19. 

(Dalle "Novelle da un minuto"; trad. di Andrea Rényi)

mercoledì 25 aprile 2012

Béla Hamvas, Boccaccio

Béla Hamvas (1897-1968)
Non conosciamo più il buonumore, quello autentico, sereno. Tutto il ridere, quello di Sterne, di Joyce, di Dickens, di Molière, è una pagliacciata un po' (molto?) amara, lacrimevole, forzata e forse disperata. La fine di queste risate penose è la spiritosaggine del vecchio Karamazov e di Foma Fomic. Con il Medioevo è finita l'epoca della serenità pura, senza riserve. Boccaccio ci insegna come sapevano ridere gli antichi.

(Da "I cento libri"; trad. A. Rényi)

mercoledì 18 aprile 2012

Dezső Kosztolányi, Il Pasticciere


Torta Dobos

(Nella sala principale della pasticceria siedono in tutto due uomini, due bambini e sei donne. Bravi padri fanno fare merenda ai figli immersi fino al gomito nel piacere delle bavaresi, dei bignè e dei rollè con panna. Donne dall’aria sognatrice tengono i gomiti poggiati sui tavolini di marmo, davanti a loro canne d’argento con dentro il tè fumante. Tutte bevono il tè senza zucchero. Sono assorte nel pensiero dei loro quarantasei chili, della bilancia della piscina, dell’ideale di bellezza. Ogni tanto tirano fuori lo specchietto dalla borsa, si incipriano il naso, si mettono il rossetto, poi sorseggiano un cucchiaino di liquido amaro dando l’impressione di gradire il tè con la polvere ciprigna accompagnato dal sapore di rossetto. Sto parlando con il pasticciere dietro le quinte, piano, per non farmi sentire dai clienti.)

  • Mi dica, perché non mangiano le signore?
  • (Sussurra.) Non osano. Hanno paura.
  • Di che cosa?
  • Della panna, della crema, della cioccolata. Di tutto.
  • Vengono ugualmente? Qui, dove le tentazioni sono tante e con un gesto imprudente potrebbero riprendere quello che è costato mesi di digiuno, ginnastica e nuoto? Vede, questo è vero eroismo.
  • Sa quindici anni fa cosa prendevano queste signore? Cominciavano con un caffè con doppia panna, vicino ci mangiavano due sfoglie con ricotta, poi ordinavano tre-quattro paste. A volte anche cinque o sei. Oggi nulla. (Schiocca le dita.) Neppure una.
  • Dovrebbe tenere anche lei il passo con i tempi.
  • Come?
  • Dovrebbe sfornare paste amare.
  • Ci ho provato. L’anno scorso ho fatto dei tranci di torta secca, di mandorla amara. Dura come la pietra, amara come il chinino. Non li hanno nemmeno toccati.
  • Allora dovrebbe ricorrere a mezzi più efficaci. Vede, le fabbriche di birra l’hanno già capito. Un tempo pubblicizzavano i loro prodotti dicendo: la birra X è nutriente. Ora invece reclamizzano birre che non fanno ingrassare. Potrebbe provare con panne che fanno dimagrire, con bignè lassativi, paste con un pizzico di veleno per topi sopra al posto dei pistacchi. Potrebbero avere successo.
  • Crede?
  • Si. E chi consuma tutta questa roba?
  • Gli uomini e i bambini. E quelle donne che hanno tentato invano le cure dimagranti. Dopo il fallimento definitivo delle cure tornano qui pentite e mangiano fino a scoppiare. (Con aria severa.) Fino alla nausea.
  • Qual è il paese più goloso di dolci?
  • Ancora l’Ungheria. Prima della guerra c’erano 114 pasticcerie a Budapest, ora sono 300 e nessuna è in difficoltà.
  • Ci sono delle mode anche in questo settore?
  • Ogni epoca ha il suo stile. Quando ero giovane, andava per la maggiore la mezzaluna ripiena di noci e di semi di papavero e i bambini amavano le caramelle d’orzo. Oggi riesco a vendere al massimo tre o quattro mezzelune alla noce o al papavero al giorno, le altre rimangono. Piacciono molto le creme, le caramelle ripiene, i bignè, e soprattutto le bavaresi, di cui solo noi vendiamo 1400 pezzi al giorno. (Neoromanticismo.) Il futuro? Forse il marzapane. Ultimamente c’è stata molto richiesto un tipo di pasta che imita la pesca ed è ripiena di spuma di cioccolato. Non è quello che sembra. (Espressionismo.) Naturalmente la torta Dobos è imbattibile. (Resiste la Dobos, il classico di Budapest dei vecchi tempi.)
  • Torte nuziali?
  • Ne vendiamo qua e là qualcuna. Oggigiorno il pasticciere non erige più torri, né costruisce cattedrali di zucchero con figure, colombe e con il ritratto degli sposi. (Rococò.) Non va più neppure la “spanische Windtorte”. Solo la materia conta, deve essere tutto commestibile, anche la scritta.

(Dal laboratorio arriva un dolce profumo alla vaniglia. Chiedo di poter entrare. Vedo gelatiere ad ammoniaca in funzione, paté di fegato di Limburg, carpe in gelatina, sbattitori elettrici, la pasta pallida della torta di Linz sotto il matterello, il ripieno color oro delle bavaresi in calderoni d’ottone. La macchina del cioccolato romba. Versano dall’alto la polvere del cacao delle colonie e il cioccolato arricchito di burro e addolcito sgocciola da sotto e macchia di marrone il grembiule bianco dei pasticcieri. Oh, se da bambino mi avessero chiuso in una prigione di cioccolato per almeno due settimane! Eliminano oltre sette etti di scorie di cioccolato al giorno. Anche sulla parete ci sono schizzi di cioccolato. Qui si potrebbe leccare tutto.)

(Traduzione di Andrea Rényi)

martedì 17 aprile 2012

László F. Földényi, La capacità di stupirsi



Massa e potere – cinquant’anni dopo
Il libro di Elias Canetti non è un romanzo, anche se a tratti il suo tessuto è romanzesco. Ha una drammaturgia ben definita che però non è lineare, non segue le regole di un dramma ben costruito e basato sulla logica razionale. La definirei piuttosto una drammaturgia del sogno. Non vi è un punto centrale, al quale subordinare tutto. Eppure l’opera non manca di una certa unità. Potrei paragonarla agli esperimenti dell’avanguardia o ai libri di Karl Kraus.
Provo difficile definirla un’opera scientifica. Già nel primo capitolo Canetti evidenzia – peraltro con la lucida logica propria degli scienziati – che la scienza ha dei limiti che però non fissa essa stessa. In base alla mia esperienza universitaria posso affermare che se oggi Canetti presentasse questa sua opera da anonimo presso una qualsiasi università come tesi di un dottorato di ricerca o d’abilitazione, essa verrebbe unanimemente respinta.
Non è un romanzo e non è un lavoro scientifico. Che cos’è allora? Canetti definì Massa e potere come “l’opera della sua vita”. Il suo libro è la copia della vita reale, palpitante; il risultato di trenta (!) anni di lavoro. Questa palpitazione viva contava più di tutto per lui. Secondo il suo titolo il libro parla di massa e di potere. Ha però un nucleo centrale che come un focolaio, attizza ogni rigo, ogni affermazione e ogni pensiero del libro. Si tratta di una domanda mai esplicitamente formulata ma presente in ogni pensiero del libro: che cos’è l’uomo? Questa domanda, come una grande visione, rende tuttora vivo il libro di Canetti pubblicato mezzo secolo fa.
Partendo da questa domanda diventa comprensibile la difficoltà di catalogare l’opera. Perché Canetti a metà del ventesimo secolo, si rivolge a un genere che all’epoca era considerato anacronistico, pur avendo una grande tradizione europea. Che cos’è l’uomo? La domanda fu posta da Montaigne, Hobbes, Luis de Vives, Pico della Mirandola, Thomas Browne, Robert Burton e John Donne, insieme a molti predecessori. Li accomunava il fatto di non essere più “di moda”, insieme al quesito da loro posto. Naturalmente non del tutto. Perché Canetti aveva dei compagni di viaggio, seppure viandanti solitari come lui. Il polacco Miłosz, l’argentino Borges, l’ungherese Béla Hamvas, il polacco Kołakowski, la spagnola Maria Zambrano e il colombiano Nicolàs Gòmez Dàvila: percorrevano strade diverse ma si ponevano la stessa domanda e nessuno di loro era disposto a rinunciare al libero pensiero a favore della sistematicità accademica.
Esiste un punto in comune nel pensiero dei filosofi appena menzionati che è presente anche nell’opera di Canetti: l’apertura nei confronti delle questioni metafisiche, che è stata la tradizione più forte del pensiero europeo per duemilacinquecento anni e che proprio nella seconda metà del ventesimo secolo stava correndo seri rischi. La forza di quest’opera sta nella sua apertura. Questo libro si distingue dalla prima all’ultima pagina per la sua capacità di stupirsi di fronte al mondo. Può darsi che la scienza dell’etnologia giudichi sorpassate molte delle sue affermazioni; può darsi che i politologi non sappiano che farsene nel corso delle loro analisi e commenti giornalieri; può darsi che la psicologia odierna veda tutto diversamente ed è probabile che gli antropologi non saranno d’accordo su molti punti, ma per quanto riguarda la capacità di stupirsi, Canetti può insegnare molto agli addetti. È un insegnamento tuttora valido e tutti dovrebbero imparare la sua lezione. In questo Canetti è un professore.
Dal 1960 i rappresentanti delle discipline più varie stanno cercando di venire a patti con questo libro. Ha avuto molti critici e molti ammiratori. Alcuni considerano Canetti l’ultimo poliedrico, altri sottolineano il suo dilettantismo. Il lettore farebbe fatica a rispondere alla domanda: di quale branca è scienziato Canetti? È un antropologo? Etnologo? Storico? Psicologo? Uno storico delle religioni? Sociologo? Politologo? È studioso di tutto e di niente. Dispone di notevoli conoscenze,e il suo coraggio è ammirevole quando ignora semplicemente ciò che non riguarda direttamente il suo tema. Al posto della logica deduttiva e di ampio raggio, imprescindibile nelle scienze, si affida all’istinto e all’intuito; come i boscimani, e interpreto il capitolo sulle loro intuizioni anche come una velata confessione autobiografica.
La definizione dei due temi principali del libro: massa e potere, dà il quadro del modo particolare di procedere di Canetti. Secondo lui la massa non è una formazione storica, non è una categoria sociologica o politica, ma un turbinio opaco specifico non solo della società degli uomini ma che compone ogni manifestazione di vita. Per Canetti la massa è una costante sempiterna presente in tutte le epoche e la sua caratteristica principale non è necessariamente la quantità o la misura ma la sensazione dello spazio che l’accompagna. La massa offre la sensazione del contatto fisico. La prima frase del libro recita: “Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto” (trad. di F. Jesi). È dato un essere vivente, nella fattispecie l’uomo, che prima di tutto ha paura: teme il contatto fisico con un Altro che entra nel cerchio magico della sua unicità. L’Altro non è ancora entrato, ma può farlo in qualsiasi momento – è questo a causare la paura incessante. Come può liberarsene? Andandole incontro. Come è possibile evitare il contatto? Non allontanandoci dall’Altro – perché siamo circondati dall’Altro, da estranei -, ma avvicinandoci. Tanto da far cessare l’essenza dell’Altro. Per farlo tutti gli Altri devono unirsi. Ed ecco che si forma la massa, dove entro in contatto fisico con altri, ma non come individuo, né l’altro mi tocca come individuo. “Appena ci abbandoniamo alla massa cessa il rifiuto del contatto. Nella teoria diventiamo tutti uguali.”
Riguardo alla massa Canetti fa valere fino alla fine un pensiero profondamente patetico: la massa non è un fenomeno umano ma universale. Quando gli uomini si riuniscono per formare una massa non eseguono un semplice movimento politico e sociale bensì si imitano. I boscimani gli africani, questi gli europei che a loro volta imitano gli indiani che a loro volta imitano i musulmani – e tutti insieme imitano gli animali, i loro branchi riuniti per motivi vari – ma anche gli animali imitano la natura e i suoi fenomeni. Canetti fa anche degli esempi: il fuoco, il mare, la pioggia, il fiume, il bosco, il grano, il vento, la sabbia. La massa, la massificazione non sono fenomeni esclusivamente umani ma cosmici. Ne consegue che la massa non significa solamente l’insieme di molti uomini, l’esistenza nella massa è una componente della vita.
Gli storici, i sociologi e i politologi trovano problematica quest’interpretazione della massa. Sta proprio qui la chiave dell’importanza di Massa e potere, quale uno dei libri determinanti del ventesimo secolo. Perché senza renderlo evidente, rappresenta la massa come una sorta di condition humaine, e disegnando delle analogie profonde fra l’uomo, l’animale e la natura inorganica dà voce a un’importante esperienza del ventesimo secolo. Massa e potere non parla del ventesimo secolo, ma ha origine nel ventesimo secolo, è una voce di quell’epoca. Sulla massa sono state scritte altre opere – citate da Canetti - non solo nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, ma anche nell’antichità. L’esperienza della massa come forma esclusiva di esistenza, alla quale non c’è scampo perché con l’aiuto valido dei media l’uomo viene raggiunto anche nei luoghi più isolati, è stata vissuta e raccontata solo nel ventesimo secolo.
  • * *
Lo stesso vale per la questione del potere. Qual è la manifestazione più elementare del potere? La risposta di Canetti: che inghiottisce l’altro. Cosa occorre per inghiottire? Una bocca. E cosa serve per digerire? Denti che tritano. I denti sono buoni se sono lisci e duri, resistenti – e sono efficaci perché mettono ordine. Il potere può consolidarsi solo se è levigato e ordinato. Ciò che i denti tritano finisce nella cavità orale – che è una prigione. Che è pure uno strumento indispensabile del potere. La stazione successiva alla cavità orale è la gola che ingoia – come il potere ingoia il suddito. Il cibo viene digerito nello stomaco, il corpo fa definitivamente suo e interno ciò che prima era ancora estraneo. Il prodotto finale sono gli escrementi dove l’unione diventa completa. “Nulla è appartenuto a un uomo più di ciò che si è trasformato in escremento.” Per Canetti la relazione fra l’uomo i suoi escrementi è l’analogia del funzionamento del potere. “Qualcosa di estraneo viene afferrato, sminuzzato, incorporato, e assimilato dall’interno: si vive soltanto grazie a questo processo.” Le citazioni provengono dall’inizio del capitolo Gli organi del potere. Qui si parla anche della mano, della pazienza della mano, degli esercizi delle dita delle scimmie e della psicologia del mangiare. Ma ci sono anche argomenti non trattati. Per esempio l’esercizio del potere, la natura politica del potere, la divisione, la rappresentazione e la psicologia del potere. Quando cercano di attaccare il libro, i critici parlano dell’interpretazione del potere e chiamano Hannah Arendt in aiuto, o l’opera classica dell’austriaco Friedrich von Hayek, The Road to Serfdom (1944). A mio avviso sbagliano. Ci rivolgiamo a questo libro in modo appropriato se non vi cerchiamo le verità storiche, non esaminiamo i suoi insegnamenti politici, sociologici, ma valutiamo soltanto se l’autore è riuscito a trasmettere al lettore con precisione la propria visione della natura del potere. Ciò che avevo detto riguardo alla massa, vale anche per il potere: Canetti poteva avere questa visione solo nel ventesimo secolo, e non ha scritto del potere, ma ha guardato fuori dallo stomaco del potere, considerandolo il suo escremento. Invece dell’esatta analisi storica del potere, Canetti offre al lettore l’esperienza esistenziale del potere. Non lo paragonerei a Hannah Arendt ma a Kafka.

  • * *
Canetti non usa mai la prima persona singolare, eppure il suo libro è molto personale. La visione menzionata prima lo rende tale. Lavorando al libro per tre decenni Canetti ha cercato di mantenere viva questa visione fino alla fine. Cosa poteva essere questa visione? Un mistero. È sicuro però che la paura dell’Altro, dello Sconosciuto ha avuto un ruolo così come il timore di essere ingoiato. Questa visione non solo rende il libro personale, ma anche un vero e proprio prodotto del ventesimo secolo. Poteva essere scritto solo in quel secolo che non solo si riteneva il più evoluto della storia dell’umanità, ma ha prodotto anche gli orrori più spaventosi. Canetti è sorprendentemente di poche parole quando, raramente, parla delle due guerre mondiali, dei regimi totalitari e degli eccidi senza precedenti, eppure il suo libro è una forte presa di posizione pessimista: l’uomo è incorreggibile perché si ripete sempre, con strumenti sempre più sofisticati. Per l’autore di Massa e potere l’illuminismo europeo ha esaurito le sue potenzialità emancipatorie.
Il tono personale è particolarmente accentuato in un capitolo, dal titolo rivelatore Il comando. Che cos’è il comando? Per Canetti non è un giudizio astratto, ma una manifestazione dolorosamente concreta che punge come una spina. Il comando come spina è una formazione dell’anima che rimane nell’uomo per sempre: i comandi eseguiti si radicano definitivamente nella memoria. I bambini sono i più esposti e la sua voce di solito asciutta qui si ammorbidisce: “Sembra un miracolo che essi [i bambini] non crollino sotto il carico di comandi e sopravvivano alle iniziative degli educatori. Ma tutto ciò è per loro naturale come il mordere o il parlare, e non è meno crudele di ciò che a suo tempo imporranno ai loro figli. … Ogni bambino, anche il più comune, non dimentica né disperde alcuno degli ordini con cui gli è stata fatta violenza.”
Il comando è il cemento di ogni essere vivente che sia animale o uomo. Possono sopravvivere solo se obbediscono, se soddisfano le regole del gioco dettate dai comandi. Altrimenti si sbriciolerebbero, si annienterebbero. Qui, in questo punto la descrizione fenomenologica è anche un giudizio di valore che per il resto l’autore evita dove può. Perché Canetti definisce il comando cosa negativa fin dall’inizio. Ciò che è cattivo lo considero tale però soltanto se conosco il bene. Che cosa può essere il bene? Un mondo senza comandi, che però non per questo cade a pezzi. Esperimentarlo? No, dice Canetti. Ma nel frattempo suggerisce che malgrado ogni argomento ragionevole deve pur esserci un mondo del genere. Bisogna sconfiggere il dominio del comando, dice Canetti, non con la voce di uno storico o politologo, ma di un predicatore. “Si devono trovare mezzi e vie per liberare da esso la maggior parte degli uomini. Non gli si può permettere altro che di scalfire la pelle. Le sue spine devono trasformarsi solo in lappole di cui ci si sbarazza con un gesto.” Finché non sarà successo la nostra individualità sarà sempre minacciata e noi usciremo di scena sempre come un escremento del potere.
Il titolo del libro fa pensare alla natura sempiterna della massa e del potere. La visione, “il nocciolo ardente” che mantiene in vita le sue riflessioni, è legata strettamente all’epoca: attraversa il ventesimo secolo come il raggio di una radiografia. Lo scopo ultimo del libro è un’accusa. Massa e potere è un atto d’accusa nei confronti di quello che contemporaneamente anche Cioran ha chiamato creazione errata.

(Traduzione di Andrea Rényi)

giovedì 12 aprile 2012

Raoul Wallenberg

Via Raoul Wallenberg a Budapest
Il 2012 in Ungheria è stato dichiarato l'anno del diplomatico svedese Raoul Wallenberg, nato a Stoccolma il 4 agosto 1912.

Discendente di una delle famiglie più in vista in Svezia, Wallenberg consegue la laurea in Architettura negli Stati Uniti d'America e nel 1935 si trasferisce a Haifa, dove entra in contatto con gli ebrei tedeschi rifugiati in Palestina dalla persecuzione in Germania. Nell'anno successivo torna in Svezia e trova impiego in un'impresa di import-export di alimentari fondata da un emigrato ungherese, il dottor Lauer, e fornitrice anche della Croce Rossa in Europa Centrale. Grazie alla sua conoscenza di varie lingue, fra le quali anche il russo, Wallenberg fa rapidamente strada all'interno dell'impresa e ne diventa azionista di rilievo, nonché direttore commerciale internazionale. Viaggia molto, trascorre lunghi periodi nella Francia occupata dai tedeschi e in Germania, dove impara a orientarsi nei labirinti della burocrazia. Effettua brevi viaggi anche in Ungheria.

Dopo l'occupazione tedesca dell'Ungheria avvenuta nel marzo 1944, gli ebrei ungheresi tentano la salvezza per via dei passaporti di paesi neutrali che dovrebbero garantire l'immunità. Anche l'ambasciata svedese di Budapest rilascia i cosiddetti Provisorik Pass a cittadini ungheresi con parenti svedesi o possessori di interessi commerciali in Svezia.    

Nel 1944, dietro suggerimento del dottor Lauer, il governo statunitense e il War Refugee Board chiedono al governo svedese di inviare Wallenberg in Ungheria in qualità di addetto umanitario. Wallenberg chiede e ottiene di poter agire in piena autonomia, usando anche sistemi non ortodossi e senza doversi consultare di volta in volta con l'ambasciatore svedese.

Wallenberg giunge a Budapest il 9 luglio 1944 quando gli ebrei della provincia ungherese sono già stati deportati nei campi di sterminio ed Eichmann sta prendendo provvedimenti per l'evacuazione dei ghetti di Budapest. Lo svedese emette subito 1500 Schutzpass, passaporti dell'immunità, poi altri 3000, ma questa è soltanto la cifra ufficiale, in realtà grazie ai suoi metodi che contemplano anche la corruzione e l'inganno, il numero dei passaporti è molto più alto. Allestisce un ufficio con il solo compito di salvare il maggior numero possibile di ebrei ungheresi, vi lavorano più di cento persone, tutte provenienti dai ghetti.


Dopo la presa di potere da parte di Szàlasi e delle sue frecce crociate che violano apertamente l'immunità degli ebrei muniti di passaporti, Wallenberg istituisce le "case svedesi protette" dove trovano alloggio e immunità diplomatica oltre 15 mila ebrei. Seguono il suo esempio anche le ambasciate di altri paesi neutrali emettendo passaporti diplomatici e istituendo case protette.

Wallenberg aiuta anche i deportati lungo il loro interminabile cammino verso la frontiera e i campi di sterminio: con i suoi collaboratori tenta di liberare gli ebrei possessori di passaporti, aiuta con cibo, bevande e capi di abbigliamento gli altri in marcia.

Nell'inverno del '44 ormai neppure i suoi protetti sono al sicuro, le croci frecciate assaltano le case protette, ne uccidono o deportano gli inquilini e Wallenberg può offrire loro ormai solo soccorso fisico.

Con un ultimo sforzo, nel gennaio del '45 Wallenberg riesce a impedire il massacro che Eichmann stava progettando ai due ghetti di Budapest, salvando la vita a migliaia di persone.

Per cause tuttora non chiarite due giorni dopo si mette in viaggio per Debrecen, e da quel momento in poi ci sono soltanto supposizioni più o meno fondate sulla sua sorte. Fonti dicono che sia lui che il suo autista, Vilmos Langerfelder, furono sequestrati dalle truppe sovietiche, presi in consegna dal NKVD e portati a Ljubljanka.  Su pressione sovietica l'8 marzo 1945 la Radio Ungherese annuncia l'uccisione dei due per mano della Gestapo, mentre nel 1957 le autorità sovietiche affermano che Wallenberg è morto in prigione 10 anni prima.

martedì 10 aprile 2012

Attila József, La tristezza

La tristezza è un postino grigio muto
ha il volto scavato e gli occhi blu
dalla spalla stretta pende una borsa
il suo mantello è logoro scuro.

Nel petto gli batte un tic-tac da due soldi
per le strade sguscia impaurito
si appiattisce lungo i muri delle case
e scompare nell'androne.

Poi bussa. Porta una lettera.

(Traduzione di Edith Bruck)

giovedì 29 marzo 2012

György Somlyó, Favola sull'essere soli

Foto di Renato Martino Bruno
Un occhio scruta la sera
una mano cerca l'altra
un piede sguazza nella pioggia
mezzo cervello macina mezzi ricordi
mezza bocca mormora mezze parole
mezzi organi annaspano a metà

sotto la duplice pressione del desiderio

(Trad. Andrea Rényi)

giovedì 22 marzo 2012

György Somlyó, Favola sul compito di domani

Foto di Renato Martino Bruno
Sul portone della scuola  canta un mendicante cieco e sdentato.
I suoi occhi come lampadine fulminate, il meccanismo guasto fuoriuscito è ben visibile. Le guance scarnite e infossate.
Con l'armonica al posto dei denti morde affamato e annoiato il pane secco della melodia mille volte ciancicata.
Il berretto accanto è una lente d'ingrandimento debole per raccogliere i raggi degli spiccioli racchiusi nella camera di piombo delle tasche frettolose.
I bambini si precipitano fuori dal portone. E' finita la scuola? Oppure questa è l'ultima lezione di oggi? Dopo le tavole colorate di iniziali, la rosa sezionata, la carta geografica a rilievo e dopo le belle fasce rosse dei muscoli umani, è questa l'ultima illustrazione per oggi, nella cornice sporca della finestra della cantina?
Che compiti hai per domani? - domando a mio figlio proprio mentre passiamo davanti a lui.
Iniziano a suonare le campane.
Raccoglie i suoi strumenti come fanno gli operai, svuota il berretto, mette via l'armonica. Si alza. Ora si vede che è anche storpio. Una ragazzina lo guida.
Conoscete i passi frettolosi dei mendicanti zoppi? Si avvia in fretta. Vedo che all'angolo si incontra con un altro storpio. Prende del denaro dalla tasca e glielo dà. Prende delle parole dalla bocca e dà anche quelle all'altro. Si separano.
Non saprò mai che cosa si dicono i mendicanti ciechi, sdentati e claudicanti agli angoli delle strade, perché uno dà del denaro all'altro e dove vanno di fretta, con le loro armoniche come dentiere sottobraccio.
E non saprò nemmeno quello che pensano di loro i bambini, quando escono dalla scuola. Che cosa abbiamo imparato oggi, angelo mio? Che c'è per domani?

(Trad. Andrea Rényi)

Favola tratta dal volume: http://www.lithoslibri.eu/?p=807

giovedì 15 marzo 2012

István Örkény, Con le unghie e con i denti

István Örkény



Prima di morire di inedia gli italiani facevano un chiasso assordante. Le altre nazioni, compresi i francesi, parenti degli italiani, andavano incontro alla morte con rassegnazione e scivolarono in silenzio, quasi impercettibilmente, in uno stato cristallino definitivo. Gli italiani facevano tutto diversamente e vivevano secondo le loro abitudini. Noialtri, per esempio, preferivamo le brande in basso, mentre loro cercavano le brande ai piani più alti dove faceva leggermente più caldo, ma poiché, raggiunto un certo grado di debolezza, non si riusciva più a scendere e a salire, era impossibile anche andare a fare i bisogni. Per gli italiani contava invece stare insieme e occupavano le brandine in alto secondo una complicata distribuzione regionale. Fra loro si rivolgevano chiamandosi non per nome ma per i nomi delle loro città d'origine. A volte l'aria era satura di nomi di città italiane. Per il resto si comportavano del tutto normalmente, tranne quando qualcuno si stava avvicinando alla fine. In quel caso c'era un improvviso brusio e si mettevano in moto da far tremare tutta la struttura di legno. La morte di un uomo sembrava sconvolgerli ancora, e non soltanto nessuno li rimproverava per lo schiamazzo, ma venivano circondati da un certo rispetto.

Una sera uscii dalla baracca e davanti alla porta mi scontrai con qualcuno. Faceva buio ma nel chiarore della neve notai dal suo berretto che era italiano.
- Non sai stare attento? - inveì contro di me.
- Mi rompi la testa e vuoi pure avere ragione? - risposi arrabbiato e stavo per proseguire, ma l'italiano non me lo permise finché non raccolse da terra quello che gli avevo fatto cadere. Poi si tranquillizzò.
- Dove hai imparato l'italiano? - domandò.
- Da nessuna parte.
- Eppure lo parli abbastanza bene.
- Perché a scuola avevo studiato il latino, in seguito ho girato l'Italia per lungo e per largo e qualcosa mi è rimasto attaccato.
Volevo andarmene ma mi trattenne per il braccio.
- Sei mai stato a Cremona?
- No.
- E a Verona?
- Ben due volte.
- Non stai mentendo?
- Lasciami il braccio.
Non mi lasciò andare. Guardandomi in faccia voleva capire se potevo essere stato due volte a Verona. Probabilmente giunse alla conclusione che era possibile perché prese a trascinarmi dietro di sé.
- Dove mi stai portando? - domandai.
- Non fare troppe domande.

Il mio italiano abitava nella parte più interna della baracca. In quell'angolo aleggiava un fetore dolciastro, nauseabondo, perché gli italiani non volentieri consegnavano i loro morti. Noi tutti trattenevamo i cadaveri anche per quattro, cinque giorni, perché quando, raramente, distribuivano del cibo, prima ci chiamavano a raduno per contarci. Più persone c'erano più razioni ricevevamo, cosicché tenevamo stretti fra noi i cadaveri mettendo loro in testa il berretto. Le guardie non se ne accorgevano mai e contavano i morti fra i vivi. Naturalmente da noi, vicino all'ingresso della baracca, faceva molto più freddo e i corpi diventavano maleodoranti più lentamente.
- Cremona! - l'italiano lanciò il grido in alto, nella direzione delle brande. - Pavia! Roma! Vicenza!
Li capivo abbastanza bene e loro capivano me, ma quando parlavano fra loro non afferravo una parola della loro parlantina svelta. Infatti, non mi era chiaro l'argomento della conversazione del cremonese con i suoi connazionali che alla fine lo invitarono a salire sulla branda più in alto.
Gamella con incisioni in italiano
- Hai con te la gamella? - domandò il cremonese.
- No – risposi.
- Non ce l'hai qui con te o non ne hai una?
- Non ho una gamella.
Sentii una risata nel buio.
- Sei un professore? - chiese l'italiano.
- Da che cosa lo deduci?
- Perché non hai neppure una gamella.
- L'avevo fino a ieri.
- E che fine ha fatto?
- Probabilmente me l'hanno rubata – dissi.
- Allora non puoi che essere un professore.
La battuta su di me professore doveva aver avuto successo perché le risate intorno diventavano sempre più forti. Poi abbassarono il tono, presero a sussurrare fra loro, e infine parlò il cremonese.
- Vorremmo offrirti qualcosa.
- Che cosa? Questa puzza? - domandai.
Riconosco di non essere stato particolarmente spiritoso, ma l'atmosfera era diventata piacevole al punto che potevo dire qualsiasi cosa e gli italiani avrebbero riso comunque. Qualcuno mi mise in mano una gamella tiepida. La annusai insospettito che quegli italiani bontemponi volessero solo prendermi in giro.
- Mangia tranquillamente – disse il cremonese. E' carne.
- Che carne?
- Fegato – disse il cremonese. - Ma è senza sale.
L'assaggiai. Era fegato veramente. Mangiando però mi venne in mente una diceria che avevo sentito riguardo ai cuochi. Avevo una fame terribile ma misi giù il cucchiaio.
- Che fegato è questo? - domandai al cremonese.
- Indovina.
- Non sarà mica di gatto?
- Perché dovrebbe essere di gatto?
- Perché ho sentito che il piatto preferito degli italiani è la carne di gatto.
Ci risero sopra di tale gusto che il cremonese ripeté tutta la conservazione a beneficio di quelli seduti più lontano. La seconda volta risero forse ancora di più.
Il fegato era duro come una suola di scarpa e completamente privo di sale, ma lo masticai e triturai con i denti con una tale forza che sarebbe bastata per spezzare anche il ferro.
- Qui non ho mai visto un gatto – dissi.
- Perché sei un professore distratto – commentò il cremonese.
- Questa carne non sa di gatto.
Calò il silenzio e tutti gli occhi furono puntati su di me.
- Allora che sapore ha?
- Sa di cuoco.
Non stavano più nella pelle. Si diedero degli spintoni e quando erano troppo stanchi dal ridere, bastò ripetere quello che avevo detto per far scoppiare di nuovo le risate. Il cremonese si aggrappò al bordo della branda per non cadere di sotto.
- Scommettiamo – aggiunse – che non hai visto né gatti né cuochi.
- E' vero – confessai.
Era vero, non avevo mai visto un cuoco lì. Non si facevano vedere. Avevo sentito che da quando avevano cominciato a scomparire, uscivano solo di notte e solo in gruppo dalla cucina.
- Grazie mille – dissi quando la gamella fu svuotata.
Zum Wohl – disse il cremonese. - Ma sarà meglio non parlare in giro di questo fegato.
Non lo racconterò a nessuno – dissi e scesi dalla branda.
- Se vuoi puoi venire anche domani sera – aggiunse il cremonese. - Se hai un po' di sale, portalo con te.
- Purtroppo non ne ho.
- Portati almeno il cucchiaio.
- Non ce l'ho – dissi.
- Avete sentito? - gridò il cremonese. - Al professore hanno rubato anche il cucchiaio.
Risero di nuovo. Ero seduto già sulla mia branda e sentivo ancora gli italiani prendermi in giro. Per ogni evenienza avvolsi negli stracci e sistemai rapidamente sotto l'alzata per la testa la mia gamella, il mio cucchiaio e il poco di sale che avevo in una boccetta da saccarina. Eravamo destinati alla morte per inedia, eravamo talmente magri da sembrare solo braccia e gambe e invano cercavamo aggrapparci con le unghie e con i denti, scivolavamo sempre più smilzi, rimpiccioliti verso una consistenza definitiva, cristallina.

(Dalle "Novelle da un minuto", traduzione di Andrea Rényi)